sipario.it
"DON PASQUALE" A CASCINA PAÙ: TRA PROVOCAZIONE IDEOLOGICA E VITALITÀ TEATRALE. -di Dante Muro
Don Pasquale a Cascina Paù: tra provocazione ideologica e vitalità teatrale Se esiste un rischio sempre più frequente nelle riletture contemporanee del repertorio operistico, è quello di sovrapporre all'opera una chiave interpretativa talmente invasiva da soffocarne la natura teatrale e musicale. La nuova produzione di Don Pasquale proposta da VoceAllOpera 2.0 il 7 giugno presso Cascina Paù di Rosate affronta apertamente questa insidia, scegliendo di trasformare il capolavoro donizettiano in un terreno di confronto tra sensibilità culturali e politiche del presente.La regia di Gianmaria Aliverta costruisce infatti uno scontro generazionale fortemente connotato: Don Pasquale diventa il simbolo di una visione nostalgica e conservatrice del mondo, mentre Ernesto incarna una gioventù identificata con i codici e le istanze della cultura "woke". Una lettura volutamente divisiva, che talvolta rischia di appiattire la complessità dei personaggi entro categorie riconoscibili e immediatamente leggibili dal pubblico contemporaneo. Tuttavia, il merito principale dell'operazione risiede nel non sacrificare completamente la macchina teatrale donizettiana alla tesi registica.La drammaturgia conserva infatti una notevole fluidità e il meccanismo comico continua a funzionare con efficacia. Più che nelle dichiarazioni ideologiche, spesso affidate a simboli e riferimenti piuttosto espliciti, lo spettacolo trova i suoi momenti migliori nella gestione dei rapporti umani e nella capacità di mostrare le fragilità dei personaggi. Don Pasquale non è semplicemente una caricatura del vecchio reazionario, così come Ernesto non viene proposto come portatore di una verità generazionale assoluta. In questo equilibrio risiede la parte più convincente della lettura di Aliverta.L'allestimento di Francesca Donati sfrutta con intelligenza gli spazi della Cascina Paù senza indulgere in inutili sovraccarichi scenografici. La dimensione raccolta dell'ambiente favorisce una fruizione ravvicinata che valorizza l'aspetto teatrale dell'opera buffa e consente agli interpreti di lavorare su una recitazione più naturale e diretta. In alcuni momenti il contesto stesso diventa parte integrante della narrazione, contribuendo a creare quella continuità tra spazio scenico e pubblico che costituisce uno degli elementi più interessanti delle produzioni itineranti.Dal punto di vista musicale, la riduzione per quartetto d'archi realizzata e concertata da Nicolò Jacopo Suppa rappresentava una sfida non secondaria. L'esito si è rivelato complessivamente convincente. Più che tentare di imitare l'originale orchestrale, la trascrizione punta sulla trasparenza della scrittura e sulla valorizzazione delle linee vocali. Ne deriva una lettura asciutta, essenziale, talvolta inevitabilmente privata di alcune sfumature timbriche dell'originale, ma capace di restituire con chiarezza l'architettura musicale dell'opera. Il Quartetto VoceAllOpera 2.0 accompagna con attenzione e buon equilibrio, mantenendo costante il dialogo con il palcoscenico.Eugenio Maria Degiacomi affronta il ruolo del protagonista con evidente impegno teatrale e con la volontà di sottrarsi alle consuete macchiette buffonesche. La costruzione del personaggio risulta credibile e sfaccettata, soprattutto nei momenti in cui emerge la dimensione umana del vecchio ingannato. Sul piano vocale permangono alcune riserve legate alla proiezione e all'omogeneità dell'emissione, ma la presenza scenica contribuisce a sostenere efficacemente la tenuta del ruolo.Francesco Bossi offre un Dottor Malatesta musicalmente solido e stilisticamente consapevole. Il fraseggio curato e la buona articolazione della parola consentono al personaggio di emergere come autentico motore dell'azione. La sua interpretazione evita eccessi caricaturali e si distingue per equilibrio e controllo.Nicola Di Filippo restituisce un Ernesto partecipe e generoso. La vocalità evidenzia una naturale predisposizione per il repertorio lirico-leggero, pur mostrando qua e là qualche tensione nei passaggi più esposti. Le pagine di maggior cantabilità risultano nel complesso le più riuscite, mentre nelle scene d'assieme il cantante dimostra una presenza scenica efficace e spontanea.Olga Dyadiv si conferma interprete di forte impatto teatrale. La sua Norina possiede temperamento, sicurezza scenica e una personalità che cattura immediatamente l'attenzione. Le agilità risultano ben controllate e il registro acuto appare libero e luminoso. Meno uniforme la zona medio-grave, che soprattutto nella prima parte della recita mostra qualche limite di fuoco e definizione. Rimane tuttavia una prova di notevole rilievo, sostenuta da un carisma scenico che contribuisce in modo decisivo all'equilibrio dello spettacolo.Divertito e funzionale il contributo di Andrea Merli nel breve ruolo del Notaio, interpretato con energia e buon senso del tempo comico.Al di là dei risultati
Leggi l'articolo su sipario.it