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Se la gogna giudiziaria dura 12 lunghi anni
A chi ha votato no alla riforma della giustizia. A chi non ha mai dovuto aspettare anni in tribunale solo perché non lo hanno preso di petto. A chi accorge che i magistrati si occupano di lui solo quando poliziotti o carabinieri bussano alla porta. Ecco, leggete quello che Raffaele Nevi (in foto), portavoce di Forza Italia, ha raccontato sulla sua pagina Facebook. Rendetevi conto, chiedetevi, rifletteteci: come si fa a lasciare un cittadino per ben dodici anni in attesa di giudizio? Quel cittadino è stato lui, era consigliere regionale, lo indagarono per le storie dei rimborsi che sono rimbalzate in tutta Italia, i giornali fecero titoli enormi. E poi? E poi questa storia va a processo e non si celebra neppure un’udienza. Niente. Non un interrogatorio, non una domanda, non un dubbio. Poi arriva la sentenza. Dodici anni dopo non hanno neppure il coraggio di assolvere, la via maestra è la prescrizione. Che meno male esiste, perché sennò chissà quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare Nevi a cui nessuno ha detto se è colpevole o innocente. Lui lo sa di non aver fatto nulla di proibito dalla legge; e probabilmente lo sanno anche i cittadini dell’Umbria; perché se si perde tutto questo tempo vuol dire che non si ha uno straccio di prova, un indizio, un elemento. Ma lo puoi crocifiggere, e magari scorticarlo sui media tutte le volte che ti serve. Eccola la giustizia italiana, che non si è potuto riformare perchè sennò bla bla si attaccava la Costituzione. Ma che schifo, dovete dire e gridare. Perché anche i magistrati hanno il dovere di giudicare in tempi civili e non lo hanno fatto. Nevi ha avuto la fortuna di non essere arrestato; e ci mancava pure questa. Ma quanti innocenti vengono perseguitati e magari sbattuti in una cella senza che nessuno si prenda la briga di ascoltarli? Questa giustizia non può piacerci ed è davvero una maledizione che durerà altri trent’anni - perché nessuno ci riproverà a cambiare quelle norme - quel diabolico No pronunciato dagli elettori al referendum, senza rendersi conto del danno provocato. Chissà se Nevi ha conservato una rassegna stampa dell’epoca, quei titoli che lo effigiavano come un delinquente politico. Chi ne riabilita l’immagine, tra i giornalisti, aldilà delle sue qualità e nell’impegno politico che è riuscito a portare avanti malgrado tutto e con grande determinazione? Si dirà: è una storia come tante altre. E vi pare poco? E’ normale restare in piedi - e per fortuna vivi perchè c’è anche chi non ha resistito - di fronte ai giornali, agli articoli online, alle tv che davano la patente del malfattore in chi era capitato in una scandalo senza nulla di concreto? Quei media vellicavano l’indignazione popolare, i cronisti ricevevano le veline dai palazzi di giustizia o da chissà dove, ma nessuno indagava sulle notizie diffuse a casaccio su un’inchiesta insensata. Poi, al clamore seguì il rifugio nel silenzio. Mazzate su mazzate ogni volta che si riparlava di quei maledetti fondi regionali per i quali si scomodarono gli inquirenti, poi gli “imputati” abbandonati al loro destino. C’erano vittime e carnefici. Che però si incontravano assai poco, sarebbe bastata qualche domanda, qualche ricerca in più nelle maglie della legislazione. No, nessun cronista saliva a palazzo di giustizia per chiedere novità ai magistrati. Eppure quello sarebbe stato il dovere di una corretta informazione. Dopo le sirene spiegate, signori della Procura e del Tribunale, come procede l’inchiesta? Ci sarà il processo, si diceva. Certo, senza riflettori, senza udienze, senza nessuno. Che bello, poi finisce tutto in prescrizione. Non ci sono colpevoli; non ci sono innocenti; Ponzio Pilato vince e se ne lava le mani. E anche qui tutti muti, gli osservatori delle cose di giustizia. Nevi ha avuto le spalle forti e non si è arreso e certo nessuno gli poteva chiedere di continuare a girovagare per tribunali in attesa che qualcuno si decidesse ad esaminare le carte del processo; e però, amici miei, c’è anche chi ne è uscito con le ossa rotte dalla malagiustizia che magari ti costa pure un botto di soldi in avvocati. Francesco Carnelutti, eminente giurista italiano, disse che “la pena è il processo”, il solo fatto di essere sottoposti a giudizio penale comporta già una sofferenza reale. Lo stress psicologico; i danni alla reputazione; i costi economici; l’incertezza che dura anni. Anche senza condanna, il processo può diventare una “pena di fatto”. Anche per questo, quel referendum sulla giustizia è stata un’occasione perduta per l’Italia tutta.
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