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Esce in libreria "Vincere e vinceremo!" - la recensione di Paolo Mieli sul Corsera
Tanti applausi per la guerra di Paolo Mieli «Inutile andare in giro raccontando che la guerra fu voluta dal solo Mussolini e non dall’Italia», scriveva il 10 agosto del 1946 Gaetano Salvemini a Ernesto Rossi e Leo Valiani. «Certo il popolo italiano non volle la guerra, se si intende tutto il popolo. Ma i generali, gli ammiragli, i grossi industriali, gli alti burocrati, i senatori, i deputati, i professori di università, i vescovi, gli arcivescovi, i cardinali, tutto quel lerciume accettò la guerra e parecchi altri la vollero finché credettero che l’avrebbero vinta dato lo sfacelo militare che era già avvenuto in Francia e che si prevedeva imminente in Inghilterra… Anche se si parla delle classi medie e inferiori del popolo italiano, non bisogna dimenticare che una larga parte di esse seguì Mussolini, e che fra esse Mussolini godé di larga popolarità dopo la vittoria nella guerra di Etiopia ed al tempo dello squartamento cecoslovacco; e se le cose gli fossero andate bene nella guerra mondiale, Mussolini sarebbe per molta gente un grand’uomo». «Questa è la verità», concludeva Salvemini; «bisogna dunque smetterla con questa balla che l’Italia non è responsabile». A 68 anni da quella lettera, Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno compiuto un’accurata analisi sulla corrispondenza epistolare e sui diari dei nostri soldati ai tempi del secondo grande conflitto e ne è venuto fuori un libro, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943 (di imminente pubblicazione per i tipi del Mulino), dal quale emerge un quadro ancor più inquietante di quello prospettato nel 1946 da Salvemini. Nel senso che, tenuto conto anche delle lettere di dissenso e perciò censurate o parzialmente autocensurate, «la partecipazione attiva e perfino entusiastica alle politiche fasciste, comprese quelle militari e guerrafondaie» fu pressoché totale. Anche quando le cose per l’Italia si misero male. Persino, in non pochi casi, dopo la destituzione del Duce a fine luglio 1943. Notevole, scrivono Avagliano e Palmieri, «è la persistenza del mito personale di Mussolini che dura decisamente più a lungo rispetto alla reputazione del regime fascista e delle sue gerarchie, già compromesse da tempo». E perché queste cose vengono approfondite e documentate solo ora? Qui da noi una «guerra della memoria», quella che per Avagliano e Palmieri è una «guerra civile del ricordo, delle celebrazioni e degli studi», ha fatto sì che «l’attenzione riservata alla guerra di liberazione mettesse spesso in ombra la precedente partecipazione alle guerre fasciste, con le quali si è omesso di fare i conti, preferendo soprassedere come se non facessero parte della storia nazionale». Del resto «la stessa definizione di guerre fasciste, a cui spesso si fa ricorso, già di per sé suona come una presa di distanza e un’autoassoluzione che non tiene conto del fatto che esse in realtà furono combattute e pagate da tutti gli italiani». Con un alto grado di consapevolezza. Avagliano e Palmieri sfatano il mito «di un’Italia fin dall’inizio contraria alla guerra e che già alla fine del 1940 prende le distanze dal fascismo». Dimostrano come, quantomeno tra i soldati, «il consenso alla decisione del regime di entrare in guerra fu quasi plebiscitario e il momento di rottura (rispetto alla partecipazione ideologica e all’adesione entusiastica alle parole d’ordine del regime) fu invece assai tardivo». Viene alla luce un «forte ritardo con il quale gli italiani in divisa approdarono alla scelta del distacco da Mussolini e del ripudio della guerra». «Forte ritardo» che, secondo Avagliano e Palmieri, peserà anche sul rovesciamento del regime fascista, partorito in ambito militare (con il concorso della Corona e dei gerarchi fascisti dissidenti), ma «condotto in modo continuista e passatista, senza un chiaro segno antifascista e senza un’intelligente strategia d’uscita dal conflitto». Con «riflessi evidenti non solo sulle vicende del tragico biennio successivo (estate 1943-25 aprile 1945), ma anche sulla futura storia dell’Italia repubblicana». Fa davvero impressione leggere le missive degli italiani partiti per la guerra nel giugno del 1940. Trasudano la certezza di una vittoria a portata di mano, un odio per gli inglesi e un’assenza di dubbi che lasciano esterrefatti. «Per gli inglesi», scrive un alpino nel settembre del 1940, «è finita la cuccagna, ora anche noi dobbiamo fare un po’ di bella vita, che anche noi abbiamo il diritto di star bene. Lo vogliamo vedere come debbono stare dopo la guerra questi sfruttatori inglesi. Noi potremo fare quello che vogliamo e far venire in Africa anche le nostre famiglie». Qualcuno come Lamberto Prete, dal fronte francese, ha già dato per finito il conflitto. «La sera», scrive il 30 giugno, «è un incanto con questi tramonti d’oro, con le cime baciate dagli ultimi raggi di sole, con le valli invase dalla penombra, con le strade affollate di gente contenta. La guerra è finita con una facile vittoria e tutti cantano le canzonette del mome
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