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"I fiori nella ghisa": il teatro che dà voce alla memoria del lavoro

31/07/2026 · Article 🕐 🆕 😊
Che cosa resta, di una fabbrica, quando i suoi capannoni vengono dismessi? Cosa resta di una comunità che si era costruita attorno a un’eccellenza industriale, quando quest’ultima viene poi svenduta e piegata alle sacre leggi del profitto e del mercato? Restano i ricordi di chi ci ha lavorato, le competenze costruite in anni di mestiere, le lotte per i diritti, il senso di appartenenza. È da qui che prende forma “I fiori nella ghisa”, lo spettacolo scritto da Loredana Troschel e interpretato, tra gli altri, insieme a Dario Villa, per la regia di Paola Manfredi, e che stasera approderà al Teatro Paravento di Locarno: un'opera che restituisce dignità e voce alla storia della ex Ceruti di Bollate, una delle realtà simbolo dell'industria metalmeccanica italiana del Novecento.   Per un lettore ticinese, il richiamo è quasi inevitabile: così come la Monteforno ha rappresentato per la Bassa Leventina molto più di un semplice luogo di lavoro, anche la Ceruti è stata per decenni il cuore produttivo e sociale di un intero territorio. Due storie diverse, ma accomunate da una profonda identificazione tra fabbrica, lavoratori e comunità. La Ceruti arrivò a Bollate nel 1937, trasferendo progressivamente la propria produzione nello stabilimento che sarebbe poi diventato il centro della sua espansione. La Ceruti raggiunse fama internazionale grazie all'elevata qualità delle sue lavorazioni, attirando persino delegazioni di tecnici stranieri interessati a studiarne i processi produttivi. Negli anni Settanta, superò i 500 dipendenti e rappresentò una delle eccellenze della meccanica italiana. Poi arrivarono le riorganizzazioni societarie: i cambi di proprietà, le scelte industriali che privilegiarono altri settori, il progressivo ridimensionamento della produzione, le vertenze sindacali, la cassa integrazione e infine, nei malaugurati anni Novanta, la chiusura. Ad oggi, anche le ultime vestigia di quel fiero polo industriale sono state demolite per lasciare spazio ai segni dei nostri tempi: un complesso residenziale.   Dalla memoria nasce lo spettacolo «Il testo è stato scritto partendo da alcune interviste svolte direttamente con i lavoratori», racconta Loredana Troschel. Un lavoro lungo e partecipato, che ha coinvolto anche studenti delle scuole di Bollate, formati per raccogliere le testimonianze. «Usiamo spesso questo metodo: scegliamo una forma drammaturgica nella quale le parole sono, in gran parte, parole autentiche». La prima versione dello spettacolo vede la luce nel 2009, proprio il 1° maggio, all'interno di un ex spazio industriale. Con il tempo, però, lo spettacolo si è trasformato, fiutando e seguendo le trasformazioni sociali e lavorative intercorse nell’ultimo quarto di secolo, fino ad arrivare all'attuale versione; accanto al racconto dell'operaio che entra diciassettenne in fabbrica, oggi compare infatti un nuovo protagonista: un rider, simbolo del lavoro contemporaneo. Il parallelismo non vuole appiattire due realtà profondamente diverse, ma mettere in relazione epoche lontane attraverso un elemento comune: la ricerca di dignità e la rivendicazione dei diritti. «Abbiamo cercato una comparazione tra il primo giorno di lavoro dell'operaio alla Ceruti e quello di un rider», spiega Troschel. Ed è Dario Villa che ci racconta come questa scelta abbia modificato anche la struttura della narrazione. Se nella prima versione lo spettatore seguiva l'intera vita lavorativa del giovane operaio – dal primo giorno di lavoro fino alla chiusura dello stabilimento –, oggi la vicenda prende invece forma attraverso i ricordi di un anziano ex operaio che, nel giorno del suo compleanno, ripercorre il proprio passato accompagnato dai fantasmi dei vecchi compagni di lavoro, mentre il nipote, rider, entra gradualmente nel suo mondo e scopre una storia che inizialmente gli appare lontana. «Oggi non ci sono più le fabbriche, gli operai sono rimasti pochi perché tutto ormai passa attraverso il settore dei servizi», osserva Villa. «Ma lo sfruttamento continua a esistere. Abbiamo scelto il rider perché rappresenta bene questa epoca, senza contare che anche nel settore dei fattorini – fino a poco fa, a tutti gli effetti gli ultimi della scala – stanno nascendo lotte sindacali». Ed è proprio questo il punto d'incontro tra le due generazioni. «Forse, ciò che permette ai due di specchiarsi l'uno nell'altro è proprio la rivendicazione dei diritti», riflette Troschel. Nello spettacolo il giovane ricorda all'anziano che anche le nuove generazioni continuano a organizzarsi, a protestare e rivendicare condizioni di lavoro migliori: le forme del lavoro cambiano, ma il b
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