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I mutui tornano sopra al 4%. Per le banche più margini ma salgono anche i rischi
Con il rialzo dei tassi d’interesse deciso dalla Bce, torna l’allarme mutui. L’effetto più immediato degli aumenti dei tassi a breve è sempre quello sulle rate del mutuo in essere o su quelle di un nuovo finanziamento. Dopo due-tre anni di ritrovata tranquillità, da ieri lo scenario torna a essere quello del 2022-2023, quando i mutui a tasso variabile, indicizzati ai tassi a breve termine come l’Euribor a tre mesi, vedevano lievitare le rate mensili; mentre quelli a tasso fisso, che garantiscono rate costanti, aumentano il loro costo perché chiedono un premio al rischio di ulteriori aumenti futuri. Un primo calcolo della nuova stangata lo ha fatto ieri la Fabi, il principale sindacato bancario italiano: con il rialzo dello 0,25% del tasso Bce, il costo dei mutui potrà tornare a superare il 4%, un livello, scrive la Fabi, «che incide in modo significativo sui bilanci delle famiglie». L’aumento era peraltro già in atto, incorporato nei tassi di mercato, tanto che nel corso del 2025 il tasso medio applicato ai finanziamenti per l’acquisto di abitazioni era di poco superiore al 3%. Quindi, nel giro di un anno, si può dire che tendenzialmente l’aumento è già nell’ordine dell’1%. Naturalmente l’incremento è correlato all’importo del finanziamento, ma sarà già evidente anche sui mutui relativamente piccoli: per un finanziamento da 50.000 euro – calcola la Fabi – la maggiore spesa mensile oscilla tra 29 euro su una durata di dieci anni e 35 euro su trent’anni. Per un mutuo da 100.000 euro l’aumento della rata va da 59 a 70 euro al mese, mentre per un finanziamento da 150.000 euro la crescita è compresa tra 88 e 106 euro mensili. E così via: su 250.000 euro decennali si paga un extra di oltre 2.500 euro l’anno. Dal lato delle famiglie, significa avere meno reddito disponibile per i consumi; dal lato della crescita, quindi, anche la domanda aggregata e dunque il Pil ne risentono; dal lato del settore immobiliare, sicuramente ci sarà una flessione. Si pensi che l’andamento del credito destinato all’acquisto di abitazioni nel corso del 2025 – l’anno in cui i tassi si erano stabilizzati verso il basso – è cresciuto del 3,4% (14,5 miliardi), proseguendo bene anche fino all’aprile scorso. Ma ora è facile aspettarsi un calo, tipico della tendenza, di fronte all’aumento dei tassi, a rimandare spese e investimenti a momenti migliori. «La casa – commenta il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni – continua a rappresentare una priorità per milioni di italiani: rendere più difficile l’accesso al credito significa incidere direttamente sulle prospettive economiche delle famiglie e del Paese». Le uniche a festeggiare sono le banche: dall’ultimo aumento dei tassi del 2022-2023 è partito il rally degli utili dell’ultimo triennio, legato all’aumento dei margini d’interesse. C’è però il rovescio della medaglia: bisognerà vedere se, questa volta, l’effetto sulla domanda delle famiglie si rivelerà un boomerang e, quindi, un fattore di rischio anche per le banche. Un maggior costo del debito può trasformarsi in difficoltà a sostenere quel debito, generando fenomeni di insolvenza. Al momento è però troppo presto per immaginare scenari di questo tipo: bisognerà vedere come si muoverà la Bce di qui a fine anno.
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