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Firenze sostituisce l’asfalto con alberi e aree verdi
Prima togliere l’asfalto, poi piantare alberi. È una delle strategie con cui le città italiane stanno provando a rispondere a estati sempre più calde e alle cosiddette isole di calore urbane. Non è più soltanto una questione estetica o ambientale: ridurre le superfici impermeabili significa anche cercare di rendere le città più fresche e resilienti alla crisi climatica.
Tra le città che hanno scelto questa strada c’è Genova, il primo Comune italiano ad inserire la depavimentazione nel proprio Piano urbanistico: dove possibile, le superfici impermeabili possono essere sostituite con suolo permeabile, alberi e verde. Poi anche Milano ha annunciato iniziative simili. Ora si aggiunge Firenze. La sindaca Sara Funaro ha annunciato un progetto per piantare alberi in dieci strade, due per ciascuno dei cinque quartieri, con l’obiettivo di creare, entro il 2029, filari capaci di garantire più ombra. Ma il piano non si ferma alle alberature: il Comune vuole individuare anche strade e piazze dove «si può togliere asfalto per cercare di abbassare il più possibile il calore». Sarà fondamentale, in quest’ottica, il confronto con la Soprintendenza, per individuare le zone dove sarà possibile intervenire.
L’amministrazione fiorentina ha già avviato interventi di depavimentazione e, secondo i dati del Piano del Verde, sono circa 10mila i metri quadrati di asfalto rimossi tra parchi, giardini e altre aree. Il progetto guarda anche alla gestione delle piogge: un terreno permeabile assorbe l’acqua e può aiutare a ridurre il rischio di allagamenti durante gli eventi estremi. Che togliere cemento possa incidere concretamente sulle temperature non è soltanto un’ipotesi. Il progetto Mirificus, coordinato da Ispra e Cnr con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha simulato interventi di depavimentazione, nuove superfici verdi e alberature in alcune aree di Roma e Firenze. Il risultato indica una possibile riduzione della temperatura superficiale nelle ore più calde di circa 4 °C.
La logica, quindi, è semplice: meno superfici che assorbono calore, più alberi e più suolo capace di respirare. Dopo anni passati a coprire le città di cemento, la nuova frontiera dell’adattamento climatico potrebbe essere esattamente il contrario: togliere quello che non serve più e lasciare tornare la natura.
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