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Verso un orizzonte postcapitalista

13/06/2026 · Article 🕐 🆕 🇮🇹
Il 6 giugno 2026 la città di Verona ha ospitato “Postcapitalismo e pace: un nuovo orizzonte”, una giornata di tavole rotonde, confronti e dialoghi per immaginare un futuro diverso e possibile a partire dal quaderno di Cristianisme i Justícia “Verso il postcapitalismo”, a cura del sociologo spagnolo Rafael Díaz Salazar. L'appuntamento veronese (la registrazione è disponibile su YouTube) promosso da Aggiornamenti Sociali – in collaborazione con i comboniani, Cristianisme i Justícia e ACLI – ha rinnovato l'impegno del nostro centro studi per la costruzione di alternative all'attuale sistema economico e sociale (alcune di esse descritte dal direttore Giuseppe Riggio nell'editoriale di aprile 2026). Il passaggio al postcapitalismo richiede un'azione culturale collettiva e trasversale, uno sguardo capace di unire voci e tradizioni diverse. Di seguito proponiamo l'intervento del Vescovo di Verona mons. Domenico Pompili, che aprendo i lavori della giornata del 6 giugno ha messo in evidenza non solo l'importanza di nuove prospettive, ma anche la necessità di riscoprire storie generative, come quella di Madeleine Delbrêl.   Siamo qui a Verona non per caso. Raccogliamo i fili di Arena di Pace e in particolare del processo avviato nel 2024, che ha generato una rete di relazioni, di pratiche, di collaborazioni tra movimenti sociali, organizzazioni cristiane e attori impegnati nella giustizia e nella nonviolenza. È da quel tipo di energia e di passione, che nasce il dialogo di oggi. C’è però un secondo motivo per cui Verona è la sede giusta. Oggi presentiamo per la prima volta in Italia la traduzione del quaderno Verso il Postcapitalismo di Rafael Díaz-Salazar, pubblicato dal centro studi Cristianisme i Justícia di Barcellona. Che questo lancio avvenga qui, in una città che ha già dimostrato di saper tenere insieme spiritualità, impegno politico e cura della Terra, non è un dettaglio logistico. È una scelta di senso. La domanda che ci muove è semplice e difficile insieme: come immaginare e costruire un orizzonte postcapitalista capace di generare pace, giustizia sociale e cura della Terra?   Il concetto: cosa significa “postcapitalismo” Vale la pena fermarsi un momento sulla parola stessa, perché non è neutra. Tutte le parole che iniziano con il prefisso “post” portano in sé un doppio legame: da un lato indicano un superamento, dall’altro rivelano una provenienza, un legame che non si può tagliare in modo drastico, perché occorre avviare un processo e alcune mediazioni. Dire “postcapitalismo” significa affermare con chiarezza che il capitalismo non può essere il nostro futuro, perché il prezzo che ci richiede è un futuro di ingiustizia verso i popoli deboli, di conflitti che diventano guerre crudeli, di contraddizioni insanabili tra diritti riconosciuti e dignità calpestate, di catastrofe ambientale. Ma significa anche riconoscere che veniamo dal capitalismo, che siamo dentro quella storia, e che la transizione non può essere né un salto nel vuoto né una rivoluzione per decreto, stabilita dall’alto. Il postcapitalismo si presenta allora come un cammino iniziato, fatto di pratiche concrete, di economie alternative, di comunità che stanno già vivendo diversamente. Il compito di oggi è riconoscere questi germogli, nominarli, collegarli tra loro, affinché il futuro possa essere di pace e di giustizia condivisa.   Una diagnosi condivisa come punto di partenza Il quaderno di Díaz-Salazar non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità religiosa, politica, culturale, morale. Chiede qualcosa di più impegnativo e più prezioso: dialogare senza snaturarsi nel nome di ciò che ci unisce, vale a dire la speranza in un mondo come casa comune, con un’economia della vita e non della morte, con una giustizia sociale dove davvero gli ultimi diventano i primi. Il presupposto è che, al di là delle differenze di ispirazione religiosa, filosofica o politica, possiamo condividere una diagnosi: questo sistema economico produce ingiustizia strutturale, distrugge gli ecosistemi e genera guerre. «Questa economia uccide» afferma Francesco nella Evangelii gaudium, ma sono parole che potrebbero essere di Gramsci, di Rosa Luxemburg, di Simone Weil e di tutte le persone che sognano un mondo non competitivo, che non sacrifica le vite ma le custodisce e le promuove. La convergenza non nasce dalla dottrina. Nasce dalla realtà che ci sta davanti e che abitiamo insieme. Le voci di chi siede a questo tavolo sono volutamente plurali: marxisti ed ecosocialisti non religiosi, cristiani che si riconoscono anche nel pensiero socialista, movimenti per i beni comuni, femministe cristiane e non religiose, pacifisti, sindacalisti, ecologisti (sottolineiamo che qui le donne non compa
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