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Il precipizio all’orizzonte della finanza fossile
Un rapporto di un anno fa (Investing in Climate), che ha analizzato le partecipazioni in combustibili fossili di oltre 7.500 investitori istituzionali, rilevava che questi detenevano complessivamente 4.300 miliardi di dollari in titoli (azioni, obbligazioni) legati a quella fonte energetica. Titoli quindi detenuti da fondi di casse-pensioni, compagnie assicurative, fondi sovrani (Stati), fondi in dotazione e gestione patrimoniale di banche commerciali. Nel 2024 le banche, le compagnie di assicurazione e i fondi pensione svizzeri detenevano 80 miliardi di dollari in partecipazioni legate ai combustibili fossili. Immaginiamo che una banca abbia ancora sufficientemente fiducia nell’avvenire del carbone (esiste, esiste ancora! si legga l’articolo La Svizzera, il paese del carbone, di Federico Franchini del 17 giugno 2024) e spera di trarne una rendita. Immaginate che, di fronte all’urgenza climatica, gli Stati (ce ne sono, non sono ancora tutti diventati discepoli di Trump per il quale il problema climatico è un’invenzione e nuoce a economia e finanza) emanino quindi nuovi regolamenti e puntino sul forte rialzo dissuasivo del prezzo del carbone. Ne va quindi subito di mezzo la redditività dell’industria carbonifera e anche le azioni delle imprese la cui attività ha dipendenze dal carbone precipitano. I finanzieri parleranno e parlano ora già con insistenza di “stranded assets” o attivi che hanno perso il loro valore e diventano obsoleti a causa di fattori esterni (come la transizione energetica, i regolamenti climatici). Diventano carta straccia. Oggi è il cambiamento climatico che rischia anche di far saltare un buon numero di quelle istituzioni. Per poter riuscire a contenere il rialzo della temperatura sotto i due gradi (e speriamo il più rapidamente possibile) dobbiamo lasciare più di un terzo delle riserve fossili sotto terra. Se ne dovrebbe dedurre che più nessuno dovrebbe aver voglia di investire nelle grandi compagnie carbonifere, petrolifere, metanifere la cui attività sarà in continuo declino. Le istituzioni che hanno finanziato quelle industrie inquinanti si troveranno in cassa dall’oggi al domani titoli senza valore. È come se si trovassero tra le mani dei vecchi lettori di cassette VHS: ad alcuni collezionisti di antichità potrebbero ancora interessare; ma, anche d’occasione, il carbone, ad esempio, non interesserebbe più a molte persone. Per limitare i danni gli investitori hanno in linea di massima due soluzioni. La prima è di riuscire a rivendere il più in fretta possibile e al ribasso i loro titoli. Trovando però un acquirente ancora ottimista o realista in una certa direzione, poco o niente sensibile ai problemi ecologici (ma non è il loro problema). La seconda è di mantenere quei titoli e di incoraggiarne le imprese a investire nelle energie rinnovabili. Nel frattempo leggi però che la petrolifera saudita Saudi Aramco è ancora riuscita ad ottenere un prestito (investimento) di 100 miliardi di dollari (di indebitamento) sul mercato impegnandosi quindi nella sua introduzione in Borsa. La prova, quindi, che gli operatori finanziari navigano sempre non vedendo o facendo finta di non vedere gli scogli all’orizzonte e tantomeno il precipizio che si può prospettare per chi ha continuato a credere loro (Stati e Istituzioni). E così molti si troveranno in brache di tela.
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