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India, gli “scarafaggi” piegano il Governo. Il ministro dell'Istruzione si dimette. I manifestanti: «Stop alle contestazioni»
Comincia con un insulto e finisce con le dimissioni di un ministro. La vicenda che ha attraversato l'India nelle ultime settimane, culminata ieri, sabato 25 luglio, con l'addio di Dharmendra Pradhan al ministero dell'Istruzione, è molto più di una curiosità politica nata sui social. È il segnale di una frattura economico-sociale profonda: quella tra un Paese che cresce a ritmi tra i più alti al mondo e una generazione di giovani che in quella crescita fatica a trovare un posto per sé. Tutto nasce da una parola. Durante un'udienza in maggio, il giudice della Corte Suprema Surya Kant avrebbe paragonato alcuni giovani disoccupati e attivisti a "scarafaggi" e "parassiti". L'indignazione, invece di spegnersi, si è trasformata in identità: i destinatari dell'insulto lo hanno rivendicato, dando vita al "Cockroach Janta Party", il "partito popolare delle blatte". Non un partito nel senso tradizionale, ma un movimento giovanile nato attorno a una pagina satirica creata dallo studente Abhijeet Dipke, capace di raccogliere oltre 22 milioni di follower su Instagram in pochi giorni. Ciò che rende questa storia interessante per chi guarda all'economia non è la genesi virale, ma il bersaglio: il sistema degli esami pubblici. Il movimento chiedeva la testa di Pradhan, ritenendolo responsabile delle fughe di notizie e delle irregolarità emerse in diverse prove ufficiali, a partire dal Neet-Ug, l'esame nazionale di ammissione alle facoltà di medicina, tra i più competitivi del Paese, che dopo una presunta fuga delle domande a maggio è stato annullato e ripetuto. Per capire la portata della rabbia bisogna ricordare che cosa rappresentano quegli esami nell'economia indiana. Non sono soltanto la porta d'ingresso all'università o a un impiego pubblico: sono una delle poche scale mobili sociali rimaste per milioni di ragazzi. In un mercato del lavoro in cui la parte “regolare” assorbe una quota ridotta della forza lavoro, e in cui il posto statale garantisce ancora sicurezza, reddito e status, superare quei test può cambiare la traiettoria di un'intera famiglia. Ogni sospetto di frode, di domande vendute o di vantaggi comprati non è quindi un semplice illecito amministrativo: è un colpo diretto alla promessa meritocratica su cui si regge il patto sociale. In un Paese dove milioni di famiglie investono anni di risparmi nella preparazione dei figli, spesso affidandosi a costosi centri di coaching, scoprire che quel percorso possa essere aggirato con una tangente equivale a svalutare di colpo un investimento su cui si era puntato tutto. È qui che la protesta degli "scarafaggi" incrocia i nodi strutturali dell'economia indiana. Il Paese vanta il cosiddetto dividendo demografico, una popolazione giovane e numerosa che dovrebbe alimentare la crescita per i prossimi decenni. Ma quel dividendo si trasforma in rischio se l'offerta di lavoro qualificato non tiene il passo con il numero di diplomati e laureati. La disoccupazione giovanile resta elevata, la concorrenza per ogni posto pubblico è feroce – spesso milioni di candidati per poche migliaia di posti – e la percezione che il gioco sia truccato erode la fiducia nelle istituzioni economiche prima ancora che in quelle politiche. È un'erosione che ha un prezzo: dove il merito conta meno delle relazioni, il capitale umano viene allocato peggio e la mobilità sociale si inceppa, con effetti sulla produttività dell'intero sistema. Non è un caso che il malcontento sia esploso online e poi sia sceso in piazza. Da fenomeno di satira, il movimento è arrivato a Jantar Mantar, il luogo simbolo delle manifestazioni di Nuova Delhi, con scioperi della fame e una marcia verso il Parlamento organizzata in concomitanza con l'apertura della sessione legislativa, mentre la polizia blindava la capitale. La pressione, giorno dopo giorno, è diventata insostenibile per il governo di Narendra Modi. Sabato la resa. «Considerata la situazione creatasi a Jantar Mantar e in tutto il Paese, ho deciso di inviare la mia lettera di dimissioni al primo ministro», ha annunciato Pradhan. Poche ore dopo il movimento ha proclamato la fine della mobilitazione: «Tutte le nostre richieste sono state accolte», ha dichiarato il portavoce Ashutosh Ranka, invitando i manifestanti a tornare a casa pacificamente. In serata la guida del dicastero è passata a Pralhad Joshi, già ministro per le Questioni dei consumatori e per le Energie rinnovabili. Il cambio di poltrona, però, difficilmente chiuderà la partita. La rabbia degli "scarafaggi" non riguarda un singolo ministro, ma l'affidabilità di un intero meccanismo di selezione da cui dipendono le speranze di ascesa sociale di una generazione. Finché gli esami resteranno vulnerabili alle frodi e il mercato del lavoro non offrirà sbocchi all'altezza delle aspettative, il malessere è destinato a riaffiorare.
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