sipario.it
LA BIENNALE DANZA FA I CONTI CON LA SUA STORIA E CON LE IDENTITÀ. -di Nicola Arrigoni
L’inganno del tempo, convitato di pietra in movimentoLa Biennale Danza fa i conti con la sua storia e con le identitàdi Nicola Arrigoni Il tempo non esiste: è l’assunto della Biennale Danza 2026 suggerito da Wayne McGregor. Eppure proprio il tempo è il convitato di pietra delle prime giornate del festival, giunto alla sua ventesima edizione. Ed è da qui che si parte: dalla necessità di raccontare la storia recente e remota dello spazio della danza nella storia della Biennale e di Venezia, città delle arti. Venezia è una città sospesa nel tempo, agganciata al proprio passato, a una sua apparente immobilità urbanistica che del passato vive e del passato fa il proprio presente. Venezia è una città che fa i conti con il passato e con un tempo – forse – che non esiste perché urbanisticamente bloccato.Mentre sul grande schermo della Biblioteca della Biennale campeggiava il claim Time does not exist, si sono raccontati i vent’anni di Biennale Danza attraverso le voci dei direttori che si sono succeduti: Frédéric Flamand, Karole Armitage, Virgilio Sieni, Marie Chouinard e Wayne McGregor. Assente Carolyn Carlson, cui si deve non solo l’invenzione di Biennale Danza come settore autonomo rispetto alla musica, ma anche quella compagnia Teatro Danza che, quarant’anni fa, invitata da Italo Gomez al Teatro La Fenice, contribuì a portare il linguaggio della coreografia contemporanea in laguna. Così il tempo calendarizzato, percepito come successione di frammenti lungo una linea, ha trovato spazio nella Biblioteca della Biennale nel racconto affidato ai direttori artistici, con il ricordo affettuoso di Ismael Ivo, sollecitato da Virgilio Sieni. È spettato a Elisa Vaccarino, tutor degli studenti di Biennale Danza, ricordare come la presenza tersicorea in Biennale risalga agli anni Trenta e come il linguaggio coreografico abbia trovato nel tempo – ecco che ritorna! – una propria cittadinanza: dal festival voluto da Maurice Béjart, diffuso per la città, alla monografia dedicata a Pina Bausch a metà degli anni Ottanta, fino all’intuizione di Carolyn Carlson di separare la danza dal comparto musica.All’intreccio dei linguaggi e all’azzardo di unire danza e arti ha fatto riferimento Frédéric Flamand; Karole Armitage ha chiamato in causa il corpo come terreno comune, come interfaccia del nostro stare nel mondo e del costruire il mondo; Virgilio Sieni ha parlato dell’incontro dei corpi, della meccanica del corpo che agisce nel kairos, il momento giusto, l’istante fondante di un tempo avvenente. E, citando Caproni, ha detto: «Non c’ero mai stato, mi accorgo di esserci nato», facendo riferimento alla città, al legame della danza con Venezia.Marie Chouinard ha sottolineato l’unicità della Biennale nel rinnovarsi ogni quattro anni con la scelta di affidare a un nuovo direttore artistico la curatela. A questa esigenza di mettere in dialogo diversi punti di vista estetici, rinnovandosi continuamente, ha affiancato l’importanza dell’esperienza dei College, che permette di incoraggiare la trasmissione del sapere e della conoscenza, andando al di là del tempo e cercando quasi di annullarlo. La formazione impone infatti di concedersi il tempo dell’apprendere e del conoscere.McGregor, attuale direttore della Biennale Danza, ha raccontato l’esaltante esperienza dell’archivio, la possibilità di conoscere i frammenti di una storia e, alla fine, ricomporli nel qui e ora della scena, nella presenza del corpo e della performance che si compie in un eterno presente. Eppure quel tempo che non esiste chiede conto di sé come scenario di senso, come memoria identitaria, come proiezione escatologica, come fine di un percorso o come immutabile, eppure sempre nuovo, ripetersi dell’identico e del tempo ciclico. Fampitaha, fampita, fampitàna, coreografia Soa Ratsifandrihana A fronte di ciò, il lavoro della coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana va alla ricerca, in Fampitaha, fampita, fampitàna, del processo che ha portato i figli di seconda e terza generazione a sentire la necessità di recuperare l’eredità di un’appartenenza che, dimenticata e cancellata dal tempo, rischia di rendere tutti uguali e anonimi. È quanto accade in Fampitaha, fampita, fampitàna, dove tre danzatori e un polistrumentista portano in scena il lento oblio delle tradizioni attraverso la progressiva riduzione degli elementi folclorici nei costumi e dei movimenti caratterizzanti legati alle culture caraibiche di Haiti, Martinica e Guadalupa, oltre che del Madagascar, per lasciare spazio a un’estetica occidentale e a una danza che sembra raccontare una medesima e disorientante koiné.Non c’è nostalgia per il passato, né infatuazione per il presente. Nel lavoro coreutico di Ratsifandrihana c’è il piacere di contaminare i segni coreici e, soprattutto, c’è il racconto della perdita della propria identità senza la possibilità di assumerne una nuova. Qui si ritrova quanto affermato da Flamand parlando di corpo-memoria e corpo-oblio, laddove il corpo è la carta geografica sulla quale si
Leggi l'articolo su sipario.it