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Tra i curdi l’incubo della guerra e la speranza della pace
Erbil, Kurdistan iracheno - «È molto importante che ci sia un accordo tra USA e Iran perché la regione curda è stata sacrificata troppe volte nei conflitti in Siria, Turchia, Iran e dovunque», ci ha spiegato Raman Majid del Congresso nazionale curdo (KNK). «Gli Stati Uniti fanno solo i loro interessi. Nonostante l’aiuto che i combattenti curdi hanno dato in Siria, USA, Francia, Italia sono tutti uniti contro i curdi. Senza un accordo nella guerra in Iran, si ripeterebbero questi meccanismi», ha proseguito il politico. Sia il partito democratico del Kurdistan (PDK) della famiglia Barzani sia il partito dell’Unione patriottica (PUK) dei Talabani sono sulla stessa lunghezza d’onda su questo. Mentre posizioni solo sulla carta più forti contro la guerra sono arrivate dal piccolo partito islamista Komell e dal Gorran, schiacciato tra PDK e PUK. Questo è l’unico argomento che unisce i gruppi curdi. Divisi su tutto, non sono riusciti ancora a formare un esecutivo mentre il parlamento regionale si è riunito una sola volta dopo il voto del 2024. Le violazioni del cessate il fuoco Un pallone aerostatico tipo Zeppelin sovrasta i cieli di Erbil. «È lì da aprile. Serve per monitorare i missili iraniani», ci ha spiegato Sengar, giovane studente dell’Università di Hewlêr. Subito dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran, lo spazio aereo nel Kurdistan iracheno è stato chiuso. «Siamo andati in lockdown, come accadde quando l’esercito di Baghdad si avvicinava verso Erbil dopo il Referendum per l’indipendenza curda del 2017», ha proseguito Sengar. I droni iraniani hanno continuato a colpire il Nord dell’Iraq regolarmente anche dopo il cessate il fuoco, annunciato lo scorso 8 aprile. L’ultimo attacco nella periferia di Erbil risale a giovedì scorso, in concomitanza con i nuovi raid reciproci tra USA e Iran che stanno mettendo a rischio la tenuta del Memorandum of Understanding (MOU), firmato da Trump e Pezeshkian il 17 giugno. Gli attacchi iraniani ai peshmerga Qui c’è il più grande Consolato statunitense del Medio Oriente, mentre a Baghdad la più grande ambasciata. E così subito l’Iraq è diventato uno dei paesi dove più si combatte la guerra tra Washington e Teheran. Non si contano gli attacchi iraniani contro la guerriglia curda, le basi di Stati Uniti, Francia e Italia, con l’attivazione delle milizie sciite, colpite poi da Washington. Soltanto lo scorso 28 giugno sono stati uccisi quattro peshmerga, Arijin Jiyanda, Sahan Gabar, Cihan Sirwas, Bawer Cudi, a Sardasht, nella provincia di Mahabad, al confine tra Iran e Iraq per mano delle guardie rivoluzionarie (IRGC) che in queste settimane hanno intensificato gli attacchi nel Kurdistan iraniano (Rojhelat). E ora tutti i vertici del partito per la Vita libera (PJAK), illegale in Iran, sono a rischio di esecuzione. Nessun intervento curdo in Iran Eppure, i gruppi curdi in Iraq hanno immediatamente respinto le richieste di USA e Israele di avanzare verso Teheran per rovesciare il regime iraniano dopo i raid di febbraio. «Tutti qui hanno ancora in mente il tradimento del progetto del Rojava in Siria, come si può accettare una proposta simile?», si domanda Roman. Numerose sono state le manifestazioni spontanee dei mesi scorsi alle porte del Consolato USA di Erbil e del grande bazaar proprio contro il colpo di mano di al-Sharaa che in pochi giorni ha messo a dura prova il progetto di autonomia democratica, avviato a Kobane, durante la guerra civile siriana. L’esperienza del Rojava «I curdi sono stati essenziali nella sconfitta dello Stato islamico (ISIS) in Siria nel 2014. Ma ora le grandi potenze, inclusa l’Italia, hanno consegnato i curdi in mano alla Siria», ci ha spiegato il politico del KNK. «Questo è un tradimento. Hanno servito i curdi su un piatto d’argento ai jihadisti di ISIS. Hanno avanzato tante scuse: che il partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) fosse un gruppo terroristico e incapace di governare. Invece le donne curde in Siria si sono dimostrate coraggiose, democratiche e capaci di combattere», ha aggiunto Raman. «Il mito di Kobane qui è vivo», ci ha spiegato Xerip che ha lasciato Hasakah per raggiungere il Kurdistan iracheno ed espone nel Mall Downtown di Erbil tutti i simboli della resistenza curda a partire dallo slogan “Jin, Jihan, Azadi” (Donna, vita, libertà), che ha ispirato anche i movimenti iraniani, fino ai ritratti di Ahmet Kaya, cantante curdo perseguitato in Turchia e morto in esilio. Proprio il rischio di spinte secessioniste ha unito gli interessi di Turchia e Iran contro qualsiasi tentativo di coinvolgimento curdo nella guerra in corso. Lo stes
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