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Il confine tra vero e verosimile è sempre più sottile
Quindi, con l’Ia, anche l’impossibile può diventare possibile. E l’incredibile assumere i contorni del credibile. Un bene? O un male? Lo ammetto: sapevo benissimo che quella intervista impossibile (Corriere dell’Umbria di venerdì), chiaramente dichiarata come esercizio di fantasia realizzato con l’IA, l’intelligenza artificiale, avrebbe suscitato commenti. Ed è andata esattamente così. Molti apprezzamenti. Qualche critica. Perfino qualche perplessità sincera. E va benissimo così. Anzi, significa che l’obiettivo è stato raggiunto. [articlepreview id="453601" link="https://www.corrieredellumbria.it/news/attualita/453601/il-quintanone-dopo-oltre-4-secoli-accetta-di-parlare-ho-preso-talmente-tante-botte-che-non-le-auguro-a-nessuno-solo-l-indifferenza-mi-fa-paura.html"] Perché il compito di un giornale, almeno per come lo intendiamo noi al Corriere dell’Umbria, non è soltanto raccontare i fatti della giornata, inseguire la cronaca o mettere in fila dichiarazioni. È anche provare, quando possibile, a creare occasioni di confronto, curiosità, perfino di conoscenza collettiva attorno a temi che riguardano direttamente o indirettamente il territorio e la comunità che rappresentiamo. L’intervista impossibile al Quintanone (la statua al centro della Giostra della Quintana di Foligno da più di 4 secoli) nasceva esattamente con questo spirito: un gioco, sì. Ma un gioco con qualcosa in più dietro le quinte. La domanda che mi è stata fatta più spesso dopo la pubblicazione è stata semplice: ma questa cosa può essere considerata giornalismo? La mia risposta è sì. Senza alcuna intenzione di impartire lezioni a chicchessia credo che tra i compiti di chi fa informazione ci sia anche quello di raccontare il presente. E il presente, piaccia o no, si chiama anche intelligenza artificiale. Tutti ne parlano. Tantissimi ne discutono. Molti la esaltano come se dovesse risolvere ogni problema del mondo. Altri la demonizzano come fosse l’anticamera dell’apocalisse. Ma quanti, davvero, ne conoscono le innumerevoli capacità reali? Pochi. E allora ho deciso di fare un piccolo esperimento pubblico. Metterla a una prova davanti ai Lettori. Lo confesso: per l’intelligenza artificiale rispondere alle domande del Quintanone è stato quasi troppo facile. Perfino spiazzante nella rapidità. In tempo reale, senza esitazioni, ha messo insieme riferimenti storici, polemiche della Quintana, osservazioni credibili, ragionamenti a tratti raffinati. Solo pochi anni fa, per rispondere in quel modo, un umano avrebbe dovuto possedere un enorme bagaglio di conoscenze oppure passare mesi interi tra libri, archivi e appunti. Lei - o, forse, lui visto che ancora non sappiamo bene se interloquire al maschile o femminile - lo fa in un lampo. Ed è soltanto l’inizio. Perché il sistema che abbiamo usato è, diciamo così, quasi domestico, perfino basico rispetto agli strumenti professionali e alle sperimentazioni già in corso. La stessa intervista avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di molto più impressionante: un avatar del Quintanone capace di parlare oltre che di scrivere, muoversi, reagire alle domande, perfino simulare reazioni e interazioni. Sì, ce l’ha subito proposto quando ha accettato di stare al nostro gioco e immediatamente dopo che mi sono rifiutato che si facesse le domande da sola (e no, almeno quelle, spettano a me). E qui si apre il lato più affascinante ma anche più inquietante della questione. Perché il rischio di non distinguere più tra ciò che è reale e ciò che è costruito è destinato ad aumentare rapidamente. Le immagini che accompagnavano quell’esperimento (anch’esse realizzate dall’intelligenza artificiale) ne sono una piccola dimostrazione. Credibili. Quasi vere se non fosse che uno dei soggetti è un pupazzone di legno di noce. Figuratevi, quindi, cosa può fare l’IA a pagamento o quella che si sta ancora sperimentando nei laboratori. Qualcuno mi ha chiesto anche come sia nata quell’idea. In realtà doveva essere qualcosa di molto diverso. Avevo immaginato un evento pubblico del Corriere a Foligno per celebrare gli ottant’anni della Quintana: storici, istituzioni, protagonisti della memoria quintanara a confronto. E ad aprire la serata ci sarebbe dovuto essere un preambolo, uno sketch quasi teatrale dal titolo: “L’intervista (im)possibile - Trialogo con chi di Quintane ne ha viste più di tutti”. Una scena semplice: palco buio; tre occhi di bue che si accendono uno alla volta. Il primo sul Quintanone. Il secondo sull’intervistatore. Poi, dopo le prime domande, il terzo sul presidente dell’Ente Giostra. E lì, davanti al pubblico, il simulacro del Dio Marte che prendeva vita grazie all’intelligenza artificiale e iniziava a dialogare con noi. Poi, come spesso accade, il tempo è tiranno, gli impegni si accumulano e il progetto è rimasto nel cassetto. Ma non l’idea. Quella è uscita ugualmente, in forma diversa. Per questo ringrazio chi ha apprezzato e anche chi non ha apprezzato affatto. Perché il punto non era convincere tutti. Il punto era accen
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