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La Voce dei Berici

08/06/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 😊
Non è soltanto Londra, Berlino o Amsterdam. I giovani veneti fanno le valigie anche per andare a pochi chilometri da casa, in Emilia- Romagna o in Lombardia. E il dato che preoccupa di più è che a pensarci non sono pochi: il 26% degli studenti universitari intervistati ha già deciso di trasferirsi all’estero o in un’altra regione per lavorare, mentre il 32% sceglierebbe di proseguire gli studi fuori dal Veneto. Tradotto: un giovane su tre immagina il proprio futuro altrove, lontano da un territorio che pure continua a garantire occupazione. A emergere è un Veneto che rischia di perdere energie, competenze e progettualità proprio mentre affronta il calo demografico e una trasformazione economica delicata. Dati emersi durante la presentazione della ricerca Il futuro degli studenti universitari a Vicenza. Vado all’estero o resto?, illustrata alla Camera di Commercio di Vicenza alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, della Regione, della Cisl, dell’Istituto socio culturale Rezzara, del mondo bancario e della Fondazione Studi Universitari. A pesare, secondo l’indagine, non è solo il salario. Se gli stipendi più alti continuano ad avere il loro peso, a spingere molti giovani verso altri territori sono soprattutto le opportunità di crescita professionale, il desiderio di meritocrazia, la qualità della vita e la possibilità di costruirsi un futuro in tempi ragionevoli. Il 78,3% degli intervistati considera infatti le aziende estere più attrattive di quelle locali, mentre chi resta spesso lo fa più per legami affettivi, famiglia, amici, attaccamento al territorio, che per reali prospettive professionali. A leggere questi numeri è Stefano Dal Pra Caputo, 34 anni, ricercatore sociale del Centro Studi Cisl Vicenza che ha coordinato il lavoro con Francesco Peron e l’Istituto Rezzara. «Abbiamo fatto questa ricerca per stimolare un territorio che ha occupazione ma bisogna capire che fuori c’è un mondo che sta cambiando e bisogna stare al passo. Il “piccolo è bello” che ha caratterizzato il Veneto degli anni Ottanta e Novanta, e che ci ha fatto crescere, oggi da solo non basta più». Il nodo è sistemico: «Siamo in una fase delicata di passaggio di sviluppo industriale e territoriale. Ora non si può più fare singolarmente, bisogna fare squadra e studiare modelli che offrano più opportunità ai giovani». Dal Pra Caputo indica alcuni temi concreti: casa, innovazione, investimenti e carriera. «I giovani ci stanno stimolando a cambiare il nostro modo di pensare la crescita e la vita. Non è solo salario: è crescita professionale. Vorrei fare il salto a trent’anni, non a sessanta». Una frase che sintetizza uno dei grandi problemi messi in luce dalla ricerca: il cosiddetto “imbuto generazionale”. Se da un lato mancano lavoratori, dall’altro cresce il numero di pensionati che rimangono attivi. Negli ultimi cinque anni, in Veneto, si è passati dall’8 al 16% di pensionati che continuano a lavorare. «Si tengono persone a settant’anni e non si formano giovani che possano sostituirle. I posti di rilievo restano occupati e questo crea un imbuto». A cascata arriva il tema dell’autonomia economica. «La casa dovrebbe costare il 30% dello stipendio, invece oggi pesa tra il 40 e il 45%», evidenzia Dal Pra Caputo, sottolineando come salari bassi e immobilità professionale finiscano per rallentare ogni progetto di vita. Sul tema interviene anche Raffaele Consiglio: «Dall’analisi ci risulta chiaro che non è solo il salario l’elemento per cui tanti ragazzi vanno via. In Veneto, molto più che in Lombardia ed Emilia-Romagna, i giovani non trovano opportunità nelle imprese. Siamo il territorio con il minor numero di nuovi dirigenti giovani: quasi la metà rispetto ad altri territori». Per il sindacalista il problema sta nella struttura produttiva stessa: «La grandezza media delle imprese non consente grandi investimenti sulle figure apicali e sulle nuove professionalità». E la conclusione è quasi un cambio d’epoca: «Il modello del “piccolo è bello”, che ha fatto grande questo territorio, è finito. Serve aumentare l’attrattività del Veneto, permettere ai giovani di partire ma soprattutto di tornare». Giada Zandonà © RIPRODUZIONE RISERVATA
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