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L’aspirina protegge davvero la memoria? La risposta è nel tuo DNA
Chi ha visto un genitore o un nonno perdere poco a poco la memoria conosce bene una domanda che ritorna spesso: esiste qualcosa di semplice, magari già disponibile, che possa ridurre il rischio? L'aspirina, presente in molti armadietti di casa, è stata a lungo tra i candidati. Gli studi più ampi hanno però dato una risposta deludente: negli anziani in buona salute non sembra proteggere il cervello. Una nuova ricerca si chiede se quella risposta valga davvero per tutti, o se alcune persone reagiscano in modo diverso a causa del proprio DNA.
Che cosa hanno cercato i ricercatori
Il gruppo ha riesaminato i dati di un grande studio clinico. Circa 13.500 persone anziane erano state assegnate a caso all'aspirina oppure a un placebo, cioè una compressa senza principio attivo, e poi seguite per quasi cinque anni in media. In questo periodo sono stati registrati 345 casi di demenza.
Per ciascun partecipante erano disponibili informazioni genetiche. I ricercatori hanno analizzato oltre 1.800 punteggi poligenici: indicatori che sommano il peso di molte piccole varianti del DNA legate a una certa caratteristica dell'organismo. L'obiettivo era capire se qualcuno di questi profili cambiasse l'effetto dell'aspirina sulla demenza e sulle emorragie gravi.
Il segnale che è emerso
Tra centinaia di confronti a distinguersi sono stati i punteggi legati al numero di piastrine, le cellule del sangue che partecipano alla coagulazione e sono proprio il bersaglio dell'aspirina. Nel quinto dei partecipanti con il punteggio più alto la demenza è comparsa nell'1% di chi prendeva aspirina, contro il 3,3% di chi assumeva placebo. Negli altri gruppi genetici non si è visto alcun vantaggio.
C'è però l'altra faccia della medaglia. Nello stesso sottogruppo le emorragie gravi sono state più frequenti con l'aspirina: 4,4% contro 2,1%. Tradotto in numeri concreti: ogni 44 persone trattate, circa una evitava la demenza e circa una andava incontro a un sanguinamento importante. È un bilancio in equilibrio precario, non un vantaggio netto.
I geni già noti per il rischio di Alzheimer, come la variante APOE, non modificavano invece la risposta al farmaco.
Perché è presto per trarre conclusioni
Si tratta di un'analisi a posteriori, condotta su dati raccolti per rispondere a un'altra domanda. Quando si esaminano migliaia di ipotesi, qualche risultato può emergere anche per puro caso. I ricercatori hanno applicato correzioni statistiche severe proprio per ridurre questo rischio, ma restano limiti importanti. Il risultato non è ancora stato confermato in altre popolazioni, i casi di demenza nel sottogruppo erano pochi e il periodo di osservazione relativamente breve. I partecipanti erano in gran parte di origine europea e mancavano misure dirette del funzionamento delle piastrine.
Gli stessi autori descrivono i loro risultati come un'ipotesi da verificare, non come una prova. Il passo successivo sarebbe uno studio costruito apposta attorno a questo profilo genetico.
Che cosa significa per te
Se ti preoccupa la salute del tuo cervello, questa ricerca non è un motivo per iniziare a prendere aspirina. Il farmaco può causare sanguinamenti seri e oggi non esiste un test di routine che indichi a chi potrebbe convenire. Iniziare o sospendere una terapia è sempre una scelta da discutere con il medico.
Lo studio offre piuttosto uno sguardo sul futuro: l'idea che la prevenzione possa un giorno adattarsi alle caratteristiche di ciascuno, invece di seguire regole uguali per tutti. Nel frattempo le strategie con il sostegno più solido restano le meno spettacolari: tenere sotto controllo pressione e glicemia, muoversi con regolarità, non fumare, curare il sonno e coltivare relazioni e interessi. Non promettono miracoli, ma fanno bene anche al cuore.
Fonte scientifica
Paper originale: Platelet count polygenic scores may modify the effect of aspirin in primary prevention of dementia
Rivista: Alzheimer's & Dementia
DOI: 10.1002/alz.71817
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