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Questo Mondiale è il volto dell'America di Trump
«Arbitrare ai Mondiali era il sogno più grande della mia vita». È con queste parole che Omar Abdulkadir Artan ha raccontato al New York Times la delusione per essere stato respinto all'aeroporto di Miami e costretto a tornare in Turchia dopo undici ore di interrogatorio, nonostante fosse in possesso di un visto diplomatico e della documentazione della FIFA.
Artan ha raccontato di aver risposto a numerose domande anche sul gruppo jihadista al Shabaab, prima di essere rinchiuso per alcune ore in una cella e infine rispedito in Turchia. «Nessuno mi ha dato una spiegazione», ha raccontato al Nyt. Il direttore di gara somalo, nominato miglior arbitro africano del 2025, non prenderà così parte al torneo.
Quello di Artan è tutt'altro che un caso isolato. Al contrario, è soltanto l'ultimo episodio di una lunga serie che sta accompagnando l'avvicinamento ai Mondiali e che racconta bene come la competizione si stia scontrando con le rigide politiche migratorie dell'amministrazione Trump e come sia diventato complicato entrare in territorio americano, soprattutto se si proviene da un paese con un "passaporto debole". La Somalia, infatti, rientra tra gli Stati colpiti dal travel ban dell'amministrazione statunitense.
La FIFA ha scelto di non intervenire. «La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante» ha dichiarato un portavoce, aggiungendo che «è il governo ospitante a determinare in ultima analisi chi riceve il visto e chi viene ammesso nel proprio Paese». Una posizione che molti hanno giudicato quantomeno pilatesca, soprattutto se si considera che nel 2017 lo stesso Gianni Infantino aveva affermato: «Le squadre qualificate devono avere accesso al Paese organizzatore, altrimenti non può esserci alcun Mondiale».
Il caso di Artan, però, è soltanto l'ultimo di una lunga serie. La nazionale iraniana, ad esempio, ha ottenuto i visti per entrare negli Stati Uniti soltanto pochi giorni prima dell'esordio e sarà costretta a vivere e allenarsi a Tijuana, in Messico, entrando negli Usa solo alla vigilia delle partite. Diversi dirigenti della federazione e membri dello staff non hanno invece ricevuto l'autorizzazione all’ingresso.
Problemi analoghi hanno riguardato anche altre delegazioni. La squadra dell'Uzbekistan, allenata da Fabio Cannavaro, è stata sottoposta a controlli con cani antidroga appena arrivata a New York. Un trattamento simile è stato destinato anche all'attaccante iracheno Aymen Hussein, trattenuto per sette ore al suo arrivo negli Stati Uniti prima di poter raggiungere i compagni. Peggio è andata al fotografo della federazione irachena, che è stato rimandato indietro dopo un lungo interrogatorio.
A tutto questo si aggiunge il clima di paura legato all'ICE, l'agenzia federale che si occupa di immigrazione e deportazioni. Dopo l'annuncio della presenza quotidiana degli agenti durante il torneo, diversi tifosi e lavoratori immigrati hanno raccontato di aver rinunciato o di stare valutando di rinunciare ad assistere alle partite per il timore di controlli e possibili conseguenze sul proprio status migratorio.
Messi, Mbappé e le grandi stelle del calcio continueranno probabilmente a monopolizzare l'attenzione mediatica. Ma le vicende che stanno accompagnando questo Mondiale raccontano anche altro: raccontano un torneo in cui la libertà di movimento non è uguale per tutti e in cui, a seconda del passaporto che si possiede, si può essere trattenuti per ore, sottoposti a lunghi interrogatori o persino rispediti indietro senza una spiegazione pubblica chiara. È anche così che si manifesta oggi l'America trumpiana.
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