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La ristorazione fuori dai reality show

28/08/2026 · Article 🕐 🆕 😊
Luigi Chiarella, che si è formato come attore, regista e drammaturgo teatrale, è partito dalla Calabria per emigrare verso Nord. Dopo un’esperienza a Torino, dove in Diario di zona (2014) ha raccontato i bassifondi del capoluogo piemontese dalla sua prospettiva di addetto alla lettura dei contatori dell’acqua, Chiarella si è trasferito a Vienna. Senza nessuna formazione nel settore, ma avendo urgente bisogno di un reddito, ha cominciato una carriera nella ristorazione. Lo racconta benissimo in Risto Reich, edito da Alegre, e lo ribadisce durante la nostra chiacchierata: «Mi sono accorto subito che si trattava di un mestiere solo all’apparenza facile, in realtà richiede grandi competenze dal punto di vista fisico, mnemonico e professionale; sono aspetti che molti sottovalutano». Il ristorante è un palcoscenico e il cameriere deve sempre recitare un po’ una parte, per questo all’inizio Chiarella è costretto «a utilizzare gli strumenti da performer per far fronte alle sfide di questo lavoro così intenso, fatto di ritmi forsennati e di un sovraccarico di stimoli non sempre facile da reggere». Fin qui il copione potrebbe anche essere accettabile, se soltanto tutto questo fosse opportunamente riconosciuto e ricompensato, ma la realtà descritta da Chiarella va ben oltre la fatica del lavoro e i bassi salari. L’autore, che nel suo romanzo parte dalla sua esperienza diretta per rielaborarla letterariamente, racconta di un mondo fatto di orari di lavoro impossibili, di lavoro nero, di un sistema di soprusi ben congeniato contro cui il singolo lavoratore può fare ben poco perché spesso è isolato oppure poco protetto dai colleghi sempre sotto minaccia di licenziamento.   Tra realtà e finzione   Nei ristoranti le gerarchie del personale servono per dividere chi lavora. I direttori di Risto Reich, spesso uomini, sono mastini del padrone e non si preoccupano del benessere dei propri sottoposti. I giochi di potere sono pane quotidiano: sono legati alla distribuzione delle mance o a prescrizioni arbitrarie e assurde. Anche la clientela, soprattutto turisti, è spesso maleducata, egocentrica e poco rispettosa della professionalità di cameriere e camerieri. Questi ultimi sembrano esistere soltanto in funzione dei bisogni di chi consuma, non per altro. Chiarella racconta contesti variegati, dalle tinte spesso fosche, costruendo «personaggi letterari che sono la sintesi di persone realmente incontrate durante l’attività professionale». In un contesto del genere «c’è raramente spazio per un incontro vero», anche se «non sono mancate nella mia esperienza pluriennale dinamiche di solidarietà». Questo romanzo, afferma Chiarella, «cerca di cambiare un po’ la narrazione del mondo della ristorazione, creata dall’alto – dai ristoratori, dagli imprenditori, dai grandi chef, dai reality – che non prendono in considerazione i molti aspetti negativi di questo mondo». In Risto Reich, l’imprenditoria della ristorazione ne esce in effetti piuttosto male. Poche le eccezioni: «Ci sono ristoratori-proprietari che lavorano al tuo fianco, magari per settanta ore a settimana, attivando dinamiche di autosfruttamento, che sono brave persone, ma se cominciano ad avvertire la pressione di un settore difficile o l’ambizione di voler guadagnare di più, possono anche cambiare atteggiamento». Chiarella non scrive tanto per denunciare i soprusi, scrive per stare meglio, per buttare fuori quella sana rabbia di classe, a tratti odio. Un odio che si trasforma però anche in amore per le cose che contano, per i rapporti veri, per l’arte, per la scrittura, per l’altro. Scrive perché lo sa fare davvero bene. I suoi personaggi, che hanno il dono dell’iperbole, sono memorabili, ci fanno arrabbiare, ma sanno anche farci ridere. Le descrizioni delle sue visite ai musei viennesi sono quelle di un grande autore. L’utilizzo della lingua, dei diversi dialetti meridionali e dello slang è virtuoso. Dopo la lettura di questo romanzo, andare al ristorante non sarà più come prima.       
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