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SONO LE CULTURE ALTRE A DOMINARE I LEONI DI BIENNALE DANZA 2026. -di Nicola Arrigoni

09/08/2026 · Article 🕐 🆕 😊
Gli invisibili sentieri dei diritti negati e della materia sonoraSono le culture altre a dominare i Leoni di Biennale Danza 2026di Nicola Arrigoni È un atto politico e poetico al tempo stesso il Leone d’argento a Mamela Nyamza, coreografa sudafricana che, alla consegna del premio, piange sincere lacrime di commozione e a stento riesce a trattenersi, mettendo in evidenza e incarnando come i premi possano essere tasselli non tanto di un riconoscimento estetico e artistico, quanto luci accese su una condizione di sopraffazione e negazione dei diritti. Ed è questo che ha sottolineato Mamela Nyamza dopo aver ricevuto dalle mani di Wayne McGregor il Leone d’argento, un premio «alla liberazione dei corpi e a una rivendicazione identitaria che sfida condizionamenti sociali, pregiudizi razziali, norme di genere, canoni artistici».Tutto ciò in piena sintonia con la danza di Nyamza, che a Venezia ha presentato in prima europea il lavoro The Herd/Less, un lavoro corale che mischia i generi e affonda le radici estetiche nella ritmica della danza tribale, sporcata, accresciuta, intessuta del portato estetico coreutico occidentale. Mamela Nyamza. Foto Andrea Avezzù - Courtesy La Biennale di Venezia The Herd/Less è un lavoro compatto, quasi monolitico, colorato e scandito dal ritmo dei passi che i danzatori compiono muovendosi su barattoli di latta. Vestiti con abiti sgargianti, simboli di ‘fiabesche’ tipologie umane, con i cromatismi accesi della luce dell’Africa, i performer, in un clima notturno, si muovono compatti, come falangi oplite, ma senza ammiccamenti militari; piuttosto, con la compattezza di certe ritualità africane che portano la comunità a muoversi coesa lungo un percorso dal sapore iniziatico. Quel gruppo, di volta in volta, segue o è spinto da un simbolo: una lunga lancia, una croce latina, una croce copta… È come se il percorso si compisse dietro un vessillo che crea unità, oppure fosse minacciato da qualcosa che terrorizza e costringe a muoversi lungo un itinerario obbligato. THE HERD LESS Mamela Nyamza Ad andare in scena è una sorta di gregge umano, simbolo di una collettività armonica, ma anche della soggezione al controllo e alla sottomissione. È in questa duplice lettura che il lavoro di Mamela Nyamza si sgancia, nel pensiero dello spettatore, da una ripetitività gestuale che diventa, nell’elaborazione del concetto, significativa e carica di senso. Dopotutto, per Nyamza la danza e i corpi dei suoi performer sono la materia a cui la coreografa affida la sua battaglia nel nome dei diritti delle minoranze etniche e sessuali, ma anche l’urgenza di tutelare la libera creatività in un Paese in cui la libertà d’espressione non è realtà. La coreografa e attivista sudafricana trova un vocabolario originale che combina alfabeti diversi, attingendo – per riaffermarle – alle sue radici culturali e alla sua autobiografia di donna nera, queer e artista. «Non scrivo la mia tesi con la penna, ma con il corpo sul palcoscenico», dichiara. E questo appare ben evidente in The Herd/Less, un lavoro non memorabile, ma che si deve leggere nel quadro della politica delle poetiche con cui il direttore di Biennale Danza ha letto e frequenta la funzione dei premi e la necessità che una vetrina come la Biennale si assuma la responsabilità di fare emergere personalità internazionali impegnate nel coniugare creatività poetica e azione politica.In quest’ottica si pone il Leone d’Oro assegnato alla carriera del Bangarra Dance Theatre che, «con i suoi diciotto duttili e vitalissimi danzatori aborigeni e delle isole dello Stretto di Torres, è una delle maggiori formazioni artistiche australiane note a livello internazionale. Ognuno dei danzatori, fiero della propria appartenenza, attinge a un patrimonio culturale che attraversa le generazioni lungo 65.000 anni, creando opere potenti che uniscono danza, musica, poesia. Fin dalla sua fondazione nel 1989, Bangarra ha avuto un impatto significativo sulla scena teatrale australiana e mondiale, portando in tournée produzioni che raccontano le storie dei popoli delle Prime Nazioni», si legge nelle note che accompagnano il premio.Si deve dare atto a Wayne McGregor di aver condotto con grande coerenza di lettura e di azione la sua Biennale in una dimensione performativa fortemente contemporanea, ma con un occhio alle origini, alle tradizioni che si fanno radici per proiettare l’albero della creatività in un tempo presente capace di preannunciare, o di essere gravido, di frutti futuri. INVISIBLE Andrea Salustri È con questo sguardo alle nuove generazioni, al rinnovamento generazionale – con tutte le ingenuità del caso – che sembra plausibile leggere con simpatia, ma con lucidità critica, il lavoro di Andrea Salustri, vincitore di Biennale College con Invisible, un’installazione che indaga il rumore e il ritmo dell’acqua attraverso una serie di stazioni sperimentali che intercettano il movimento e il suono dell’elemento acquatico, sia nella sua natura liquida sia nel suo trasformarsi in vapore,
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