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No Tav, assalto ai cantieri in Val di Susa. Meloni: «La violenza non piegherà lo Stato»

26/07/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 ⚠️
Val di Susa, 25 luglio. Nonostante la pioggia battente, migliaia di persone — ventimila secondo gli organizzatori — hanno sfilato nella tradizionale marcia contro la Tav, la nuova linea Alta Velocità e Alta Capacità che collegherà Torino e Lione. Il corteo è partito dal "Festival dell'Alta Felicità", il raduno estivo del movimento No Tav, e da lì ha puntato verso i cantieri. «Oggi vogliamo fermare la Tav», hanno ripetuto gli attivisti, ricordando dieci anni di lotta e annunciando che torneranno a manifestare in autunno. Nei loro discorsi è tornato anche il ricordo di un militante morto, che il movimento definisce «un omicidio di Stato». La giornata è degenerata. Diverse centinaia di manifestanti dell'area antagonista, in nero e con caschi e maschere antigas, si sono staccati dal corteo e hanno assaltato i cantieri di San Didero e soprattutto di Chiomonte, entrando nell'area dei lavori. Contro le forze dell'ordine sono piovuti pietre, bombe carta e razzi, sparati anche con mortai artigianali; quattro mezzi di servizio – due dei carabinieri e due della Guardia di Finanza – sono stati dati alle fiamme, e gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e idranti. Per sicurezza sono state chiuse l'autostrada A32 e la linea ferroviaria in valle. Il bilancio, secondo il sindacato di polizia Coisp, è pesante: circa 60 feriti tra le forze dell'ordine, un numero ancora provvisorio. Già prima della partenza c'era stato un episodio di tensione: sulla statale 24 la polizia aveva fermato tre cittadini francesi con l'auto piena di petardi, fumogeni, arnesi da taglio e materiale per travisarsi. Il Tribunale di Torino ne ha confermato l'allontanamento immediato dall'Italia. Gli scontri hanno acceso lo scontro politico. «Chi lancia bombe carta, incendia i mezzi dello Stato e aggredisce le Forze dell'Ordine non sta difendendo un'idea, sta attaccando lo Stato», ha scritto la premier Giorgia Meloni, promettendo che «la violenza non piegherà lo Stato». Dure anche le opposizioni riformiste: per Matteo Renzi i responsabili «sono criminali che devono pagare», mentre Carlo Calenda ha denunciato «un'escalation quotidiana di violenza» dell'estrema sinistra antagonista. Diverso l'accento del Pd, che fa parlare per ora solo il senatore Filippo Sensi, che ha bollato come «penosa strumentalizzazione» la reazione di «mezzo governo» in piena campagna elettorale, pur condannando le violenze. Ancora diversa la posizione del Movimento 5 Stelle: i parlamentari Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro, che hanno espresso solidarietà agli agenti feriti e condannato la violenza, hanno aggiunto che gli scontri «fanno il gioco» di chi la Tav vuole difenderla, perché spostano l'attenzione dai nodi veri: i costi, «l'aumento del 127% certificato dalla Corte dei conti europea e il fatto che in Italia non sia ancora stato scavato un metro di tunnel di base con la fresa». Ed è qui che la cronaca incrocia l'economia. La Torino-Lione ormai è un cantiere reale: la parte transfrontaliera ha superato il 27% delle gallerie previste. Pur tra i ritardi e i rincari che l'accompagnano da anni, l'opera che ogni estate viene simbolicamente «fermata» continua comunque ad avanzare. Vale la pena ricordare anche chi la Tav l'ha sempre difesa. A Torino molti ricordano le «madamine», il gruppo di sette donne, in gran parte imprenditrici, che tra il 2018 e il 2019 portò in piazza decine di migliaia di persone a favore dell'opera, fino ai quarantamila del 10 novembre, per chiedere di sbloccare i cantieri. Quel comitato non esiste più, ma ha lasciato un'idea: per Torino le infrastrutture non sono uno spreco, ma una condizione per crescere. La stessa idea è tornata pochi giorni fa nell'intervista che il nostro giornale ha realizzato al presidente di Confindustria Torino, Marco Gay. Per lui Terzo Valico, Torino-Lione e seconda canna del Monte Bianco sono parti di un unico disegno: le infrastrutture sono «le vene che alimentano il cuore industriale del territorio», e l'obiettivo non è restare un magazzino di passaggio ma un polo di logistica avanzata e trasformazione ad alto valore: non «solo cemento», ma tempo, efficienza e capacità di attrarre investimenti. È proprio questo lo scarto tra i due mondi che convivono nella stessa valle: chi marcia – e oggi si è scontrato – contro un modello di sviluppo giudicato vecchio, e chi nelle gallerie vede uno strumento di competitività. Le camionette in fiamme non cambiano il destino dei cantieri, che pur con lentezza vanno avanti. Ma confermano che, dopo più di trent'anni, la Torino-Lione resta il luogo dove l'Italia discute non solo di un'opera, ma della sua capacità di creare sviluppo. 20.000 persone alle proteste di ieri 27% gallerie già scavate 2033 fine lavori prevista 11 mld € costo stimato dell'opera
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