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Toninelli (Ispi): «L'impatto dipenderà dal raggio degli attacchi»

21/07/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 ⚠️
Quando, nelle prime settimane dell’operazione israelo-americana in Iran, si evocava il rischio di una guerra regionale, non si pensava soltanto alla risposta di Teheran sui Paesi vicini, ma a una rete di crisi, tensioni e minacce che si sarebbero alimentate a vicenda. Prima si è incendiato il confine tra Pakistan e Afghanistan, poi è stata la volta del Libano. E ora potrebbe riaccendersi il Mar Rosso. La scorsa settimana, gli Houthi hanno raccolto l’appello di Teheran, minacciando di bloccare Bab el-Mandeb qualora gli Stati Uniti tornassero a colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Luigi Toninelli, Junior Research Fellow dell’Ispi per Medio Oriente e Nord Africa, non esclude che il blocco navale contro l’Arabia Saudita, annunciato ieri, sia un primo passo in quella direzione, in un quadro in cui alleanze, rivalità e interessi si sovrappongono secondo logiche spesso difficili da separare. Che cosa rivela questo blocco navale sulla tenuta della tregua yemenita? L’annuncio arriva dopo oltre dieci anni di guerra civile in Yemen, durante i quali Riad ha sostenuto il governo centrale rifugiatosi ad Aden, e quattro anni di cessate il fuoco. Nel tempo, però, la vicinanza geografica ha consentito ai ribelli che controllano il Nord-Ovest del Paese di colpire pozzi e raffinerie del Regno. Un’immagine in particolare ha incrinato la narrazione del “rinascimento saudita”, mostrando la vulnerabilità del soft power di Riad alle armi rudimentali di un attore irregolare: le fiamme sullo sfondo del Gran Premio di Formula 1 del 2022, a Jeddah. Da lì maturò la consapevolezza che il dossier yemenita non si sarebbe chiuso senza un accordo con gli Houthi e una distensione regionale più ampia. Il blocco annunciato ieri segnala però che la tregua – comunque mai formalizzata – non si è consolidata e che, dopo i recenti raid del governo yemenita sostenuto da Riad sull’aeroporto di Sana’a, l’escalation è tornata a essere una possibilità reale. Come si inserisce la minaccia alle navi saudite nella strategia iraniana sui due stretti, Bab el-Mandeb e Hormuz? L’Iran ha compreso che i corridoi marittimi del Golfo e del Mar Rosso possono diventare strumenti di pressione politica e regionale e porta avanti la logica della “doppia chiusura”: a Hormuz, che impatta soprattutto energia e Asia, e a Bab el-Mandeb, che interessa il commercio in senso più ampio e le rotte verso l’Europa. Qui Teheran non agisce direttamente, ma attraverso gli Houthi, con cui intrattiene legami solidi: da anni li finanzia, li rifornisce di droni e li sostiene militarmente. La decisione di colpire le navi saudite si inserisce in questa strategia. Da una parte, gli Houthi riattivano un meccanismo già visto, in cui ogni attacco genera una risposta e alimenta la spirale del conflitto interno. Dall’altra, l’Iran esercita pressione su Riad e sul Golfo senza dover ricorrere ad attacchi diretti contro pozzi o infrastrutture saudite, come avvenuto nella prima fase del conflitto, quando fu necessario l’intervento di Pechino per mediare un riavvicinamento. Ma per gli Houthi, ora, “bloccare l’Arabia Saudita” significa anche trasformare Bab el-Mandeb in un punto di interdizione, come già avvenuto con le navi israeliane. È una strategia di deterrenza che Sana’a porta avanti da anni: ogni imbarcazione legata a Tel Aviv – e, da ieri, a Riad – diventa un potenziale bersaglio e il pericolo spinge le compagnie a scegliere altre rotte, dovendo fare i conti con costi assicurativi in aumento e con il rischio concreto di errori di identificazione. Così, Bab el-Mandeb resta aperto sulla carta, ma il traffico si riduce di fatto, facendo lievitare rischi e costi. Che impatto può avere il blocco sulle rotte alternative e sulle soluzioni intermodali saudite verso il Mar Rosso? Negli ultimi mesi il Regno ha lavorato su soluzioni che permettessero di continuare a esportare petrolio, bypassando il blocco di Hormuz e spostando parte dei flussi sulla costa del Mar Rosso, grazie a porti come quello di Yanbu, a nord di Jeddah. Resta però un interrogativo: fin dove si estenderà un’eventuale azione Houthi? La gittata dei loro droni consente di colpire anche Israele, come dimostrato in passato, mentre i sistemi difensivi sauditi sono meno sofisticati di quelli israeliani. Esiste quindi la possibilità che vengano presi di mira porti e infrastrutture anche fuori dalla zona direttamente controllata, cioè quella dello Stretto. Solo il tempo dirà se si tratti di un blocco più “cosmetico”, concentrato sui transiti dai porti vicini alle coste yemenite, o se si arriverà ad attacchi di raggio più ampio, diretti anche contro le infrastrutture. In entrambi i casi, gomma e intermodalità restano un tampone, non un’alternativa, perché non eguagliano la capacità di carico delle navi. E se il doppio fronte Bab el-Mandeb - Hormuz si dovesse complicare ulteriormente, emergerà quanto la coperta sia corta, nonostante l’esistenza delle rotte via Capo di Buona Speranza sperimentate nella crisi del 2024.
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