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Canicola, il Ticino muove i primi timidi passi

06/08/2026 · Article 🕐 🆕 😊
Il problema non è più soltanto una questione di organizzazione del lavoro o di produttività: da oggi, di fatto sul piano politico cantonale, le conseguenze del cambiamento climatico sono riconosciute come un tema di salute pubblica. È questo il risultato che Giangiorgio Gargantini porta a casa dall'incontro odierno con il Consiglio di Stato, convocato dopo settimane di pressioni sindacali nel pieno della quarta ondata di canicola che, dal 29 luglio, continua a mettere a dura prova lavoratrici e lavoratori.   Il sole continua a picchiare forte e il segretario regionale di Unia Ticino e Moesa sarebbe uscito ancora più soddisfatto da Palazzo delle Orsoline a Bellinzona, se il Governo avesse introdotto fin da subito misure vincolanti anche per chi lavora all'interno di capannoni, cucine industriali, magazzini e altri ambienti dove le temperature raggiungono livelli estremi. Ma il bilancio, dice, resta abbastanza positivo.   Al tavolo rovente erano presenti la presidente del Consiglio di Stato Marina Carobbio Guscetti e i consiglieri di Stato Christian Vitta e Raffaele De Rosa, insieme ai rappresentanti sindacali di Unia, OCST e VPOD e USS, promotori dell'incontro per discutere delle condizioni di lavoro durante le ondate di calore, un tema che – hanno riconosciuto i ministri  – «preoccupa anche il Consiglio di Stato». Il primo risultato concreto è l'avvio di un monitoraggio coordinato dal Gruppo operativo salute e ambiente (GOSA), che diventerà il luogo di confronto permanente tra autorità e partner sociali. Parallelamente, il Consiglio di Stato ha annunciato l'intenzione di coinvolgere la Deputazione ticinese alle Camere a Berna per affrontare gli aspetti che dipendono dalla legislazione federale. «Esco più soddisfatto rispetto all'incontro del 14 luglio con la sezione dell’economia, quando non si era fatto alcun passo avanti e non si era nemmeno previsto un confronto che desse un ruolo attivo al Cantone» annota Gargantini. Per il sindacalista il confronto ha portato a un cambio di passo. Il coordinamento passa al GOSA, sotto l'egida del Dipartimento della sanità e della socialità, e questo «significa assumere una responsabilità politica rispetto alle conseguenze del cambiamento climatico. Le valutazioni non possono essere soltanto economiche: devono riguardare anche la salute pubblica e la sicurezza di chi lavora. Questo passaggio oggi è stato compiuto».   Il segretario regionale di Unia Ticino e Moesa, tuttavia, non nasconde che si sarebbe aspettato qualcosa di più. Le attuali misure vincolanti toccano soltanto i settori dell'edilizia, della pittura e della pavimentazione, dove, durante l'allerta di grado 4, è prevista la sospensione anticipata dei lavori rispettivamente alle 14 e alle 13. E per la pavimentazione ulteriore blocco dei lavori alle 14 con grado 3.  «Si potevano introdurre da subito delle norme obbligatorie per l’emergenza climatica in casa; ma portiamocomunque a casa qualcosa di importante: la volontà dimostrata dal Governo di agire». Di fatto, continua Gargantini, ci sono molti settori professionali che, pur svolgendosi al chiuso, sono confrontati con temperature elevatissime: «Pensiamo alle cucine della ristorazione, ai capannoni della logistica, alla grande industria, dove il calore prodotto dai macchinari rende gli ambienti difficilmente sopportabili. C'è una vasta categoria di lavoratrici e lavoratori che oggi opera in condizioni estreme. Il sindacato continuerà a battersi anche per loro».   Le criticità non si misurano soltanto con il termometro. Per questo Unia guarda con interesse all'esperienza del Vallese, dove le autorità hanno introdotto misure di protezione, facendo riferimento all'indice WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), uno strumento scientifico che misura lo stress termico considerando non solo la temperatura dell'aria, ma anche l'umidità relativa, il vento e l'irraggiamento solare e la durata dell'esposizione. Inoltre, viene misurato anche il calore irradiato dai macchinari, il che permette all’indice di essere valido anche nei posti di lavoro al chiuso. Perché «un conto è lavorare tre giorni sopra i 30 gradi, un altro è farlo per oltre dieci giorni consecutivi». Non ha dubbi Gargantini: è questo il modello da seguire. «Occorre basarsi su valori scientifici che stabiliscano oltre quale soglia il corpo umano non può più essere sottoposto a uno stress termico accettabile. Solo così sarà possibile introdurre misure vincolanti e organizzare il lavoro in modo da proteggere realmente le persone».   L'estate 2026 difficilmente cambierà
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