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Secondo giorno dei funerali, l’Iran chiede vendetta per Khamenei
Tre, i figli accanto alla bara del padre. Intorno, una marea nera che piange, mentre dagli altoparlanti rimbalzano gli slogan: cori e striscioni chiedono di «uccidere Trump e Bibi». La regia è chirurgica: una preghiera guidata dal grande ayatollah Jafar Sobhani – che ha assicurato: la guerra non è finita, i responsabili saranno puniti –, vertici politici e militari in prima fila, milioni di pellegrini in fila dall’alba per prendere parte al secondo giorno dei funerali di Ali Khamenei. Nelle parole del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf: «Oggi gli invincibili iraniani gridano vendetta». Pesa, però, un’assenza. Annunciata, prevedibile, ma pur sempre gravosa: quella di Mojtaba Khamenei, succeduto al padre nel ruolo di Guida suprema. Dall’attacco israelo-americano che ha sterminato la sua famiglia, a fine febbraio, non si è mai mostrato in pubblico. Secondo le ricostruzioni internazionali sarebbe rimasto gravemente ferito: lesioni alla gamba, ustioni al volto, difficoltà a parlare. Oggi, la sua sicurezza dipende da un sistema di comunicazioni ridotto all’essenziale e fatto di messaggi scritti, consegnati da corrieri selezionati ai vertici del regime. Così, però, un funerale, pensato per esibire compattezza, ha finito per riaprire una domanda che nella nebbia della guerra era passata in secondo piano: chi comanda davvero a Teheran? L’impressione è che il baricentro si stia spostando verso un direttorio di Pasdaran, con Ahmad Vahidi – ricomparso proprio per le esequie – e Mohammad Bagher Zolghadr sempre più centrali nella sicurezza e nel negoziato, mentre lo stesso Ghalibaf emerge come principale canale dei contatti con Washington. Sul fronte americano, la tregua di una settimana concordata per le esequie ha congelato il fuoco, ma non la retorica. Trump, «sorpreso» dalla partecipazione popolare – «pensavo lo odiassero», ha dichiarato riferendosi a Khamenei – ha presentato la pausa come un gesto di apertura. Ma mentre la folla piange l’ayatollah, l’esercito di Teheran non resta immobile: il portavoce delle forze armate ha esplicitato che l’Iran sta sfruttando la pausa nelle ostilità per rafforzare le capacità di combattimento, così da essere pronto a rispondere «con fermezza e forza» a qualsiasi «errore» del nemico. Finite le esequie ripartiranno gli appuntamenti: un nuovo round di colloqui con gli Usa – in Pakistan, a Doha o forse in Svizzera, l’11 o il 18 luglio – e l’incontro Trump-Netanyahu, previsto a Washington il 13 luglio.
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