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Dopo 11 anni due poliziotti riconosciuti colpevoli di aver picchiato una persona inerme

31/07/2026 · Article 🕐 🆕 😊
Non c’è rosa senza spine. La voglia di giustizia di un venditore di rose per la violenza infertagli da due poliziotti di spine ne ha avute tante, troppe. A undici anni dalla violenza subita, la vittima può oggi consolarsi nel vedersi almeno riconosciuta la caparbia ricerca della verità giudiziaria lungo tutti questi anni. Il 14 luglio scorso, i due agenti della polizia comunale di Lugano sono stati condannati a pene pecuniarie dalla Corte di appello e di revisione penale per il reato di abuso di autorità. Scagionati invece i due poliziotti per le violenze perpetrate, «non essendo stato possibile accertare al di là di ogni ragionevole dubbio» chi dei due lo avesse picchiato.   La sentenza d’appello ribalta l’assoluzione del Pretore di tre anni fa. Non era la prima volta che il sistema giudiziario ticinese scagionava i due agenti. Due procuratori generali avevano promosso dei decreti d’abbandono nei loro confronti. Il primo, a firma di John Noseda, arrivò dopo soli due mesi senza nemmeno interrogare gli agenti, dando per buono quanto affermato dal Comando della polizia cittadina. «Nessun agente e nessuna pattuglia in stazione quel primo d’agosto 2015». Non era vero, si scoprirà in seguito. Un anno e mezzo dopo, la vittima riconobbe in un servizio televisivo uno dei poliziotti. Tempo dopo arrivò la conferma che l’agente era in servizio quel giorno e la sua autopattuglia era ferma in stazione quella mattina. Il ricorso vincente del legale del venditore di rose, l’avvocato Nadir Guglielmoni, obbligò la magistratura a riaprire il caso. Fu poi il turno del Pg Antonio Perugini di assolvere gli agenti, per essere poi, a sua volta, sconfessato dal Tribunale federale grazie al ricorso dell’avvocato Guglielmoni contro i due decreti d’abbandono da lui emessi. Andrea Pagani, il terzo pg ad aver assunto il caso, si convinse infine della colpevolezza dei due agenti grazie anche a ulteriori riscontri oggettivi dei fatti descritti dalla vittima. L’ufficio cambi della stazione confermò che quella mattina allo sportello furono cambiati dei franchi in 140 euro, esattamente l’importo riferito dalla vittima fin dal primo verbale. I due agenti si opposero al decreto e il caso approdò davanti al Pretore nel 2023. Quest’ultimo prosciolse i due agenti poiché ritenne «non lineari e costanti» le dichiarazioni della vittima nei vari interrogatori di otto anni di vertenza. Di parere diametralmente opposto è stata la Corte di appello presieduta dal giudice Moreno Capella. «In definitiva, questa Corte ritiene credibili le dichiarazioni della vittima e non quelle dei due agenti imputati», ha concluso la Corte, dopo aver elencato le numerose contraddizioni in cui sono incappati i due poliziotti. Il racconto della vittima è stato invece giudicato «coerente e costante nel suo nucleo essenziale in tutti gli interrogatori, oltre che corroborato da elementi esterni».   Tra questi, la presenza di un lavandino nel locale di polizia della stazione dove è stato picchiato, di cui la vittima non poteva essere a conoscenza senza esserci stata. Si ricordava del lavandino poiché i poliziotti lo costrinsero ad usarlo per pulire il suo sangue dal corpo e dal pavimento prima di rivestirsi. «La spogliazione forzata, la pulizia del pavimento dal sangue, l’arresto dell'emorragia prima di consentire alla vittima di rivestirsi, rivela una logica interna precisa, di chi agisce con una certa lucidità, preoccupandosi di non lasciare tracce», scrive la Corte nella sua sentenza. I riscontri documentati dei fatti hanno convinto la Corte che la parola del venditore ambulante di rose fosse quella sincera, a differenza di quella degli agenti.   Nello scontro sulla credibilità, altri attori entrarono in gioco oltre alla Magistratura. Il centro sociale il Molino denunciò pubblicamente la violenza pochi giorni dopo quel primo d’agosto di undici anni fa. Il Municipio di Lugano, a firma dell’allora sindaco Marco Borradori, inviò alla Procura uno scritto di una decina di pagine a difesa dei «due leali agenti», liquidando la denuncia del giovane ambulante come «un infame castello di bugie che discredita, miseramente, la già inesistente credibilità del denunciante». La parola di un ambulante sostenuto dagli autogestiti contro quella di due agenti difesi a spada tratta dall’autorità luganese. Ad undici anni di distanza, ad aver ragione sono stati i primi.   Seppur le pene irrisorie e l’esclusione del reato di violenza lascino l’amaro in bocca alla vittima, rimane la soddisfazione di non aver mai fatto un passo indietro nel rivendicare giustizia. Che la si possa definire così,
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