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Umbria Jazz e Due Mondi, energia dai festival. Ora un salto in più
Mentre entrambi archiviano un’altra edizione di successo, decine di altri festival, rassegne, mostre, spettacoli, manifestazioni storiche e appuntamenti popolari (comprese quelle sagre che, negli anni, si sono trasformate in autentici richiami turistici) continuano ad animare città e borghi oppure sono pronti ad alzare il sipario. E’ il segno di un territorio che della cultura ha fatto ormai uno dei propri tratti identitari. I numeri, del resto, lo certificano. Il Rapporto Siae 2026, illustrato questa settimana dalla Camera di commercio dell’Umbria, guidata dal neo rieletto presidente Giorgio Mencaroni, incorona la nostra regione prima in Italia per densità di spettacoli: 78,3 eventi ogni mille abitanti, contro i 56,7 della media nazionale. Sono 66.710 appuntamenti e oltre 3,57 milioni di presenze. Dati che confermano quanto il presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati, Federico Mollicone, aveva già evidenziato in un’intervista concessa a questo giornale: l’Umbria è ormai un modello nazionale nella capacità di produrre cultura diffusa. Ma è proprio adesso che comincia la partita più importante. Perché un primato statistico, da solo, non produce sviluppo. Lo stesso rapporto Siae mette infatti in luce il vero nodo: mentre in Italia cresce la spesa per lo spettacolo, in Umbria diminuisce. Significa che la straordinaria ricchezza di eventi non riesce ancora a trasformarsi, nella stessa misura, in ricchezza economica stabile. Perché il successo di un festival non si misura quando si spengono le luci del palco, ma quando quelle luci continuano a illuminare l’economia del territorio anche il giorno dopo. Negli stessi giorni la Cgil ha acceso i riflettori sull’altra faccia del problema, denunciando precarietà, salari insufficienti e lavoro povero in un comparto che continua a crescere nei numeri, ma non sempre nella qualità dell’occupazione. L’Umbria, nell’arco di poco più di settant’anni, ha cambiato volto almeno tre volte. Prima terra agricola; poi regione con aspirazioni industriali; oggi economia sempre più fondata sui servizi. Ed è un cambiamento che impone anche un diverso modo di pensare lo sviluppo. Dentro quella parola, servizi, cultura e turismo non rappresentano più un settore collaterale, ma una delle leve sulle quali costruire il futuro. Gli eventi non sono più soltanto occasione di svago o di promozione territoriale: sono economia, occupazione, imprese, qualità della vita. Per questo non possono continuare a occupare un posto marginale nelle strategie di sviluppo regionale. La sfida, allora, non è organizzare un festival in più. L’Umbria ha dimostrato di saperli organizzare gli eventi. Adesso deve dimostrare di saper organizzare lo sviluppo. E fare in modo che ogni festival lasci sul territorio una ricchezza maggiore di quella che produce oggi. Serve più capacità di fare squadra, evitando, quando possibile, sovrapposizioni tra i grandi eventi e costruendo un calendario capace di distribuire l’offerta durante tutto l’anno. Ma serve soprattutto un salto di qualità dell’intero sistema. Perché il successo di una destinazione non si misura soltanto dal cartellone degli spettacoli. Si misura dalla qualità degli alberghi, della ristorazione, del commercio, dell’accoglienza, dell’informazione turistica, dei servizi digitali, delle esperienze che riesce a offrire e dalla professionalità di chi ogni giorno accoglie i visitatori. E quando si parla di servizi non si può fingere che le infrastrutture siano un dettaglio. Anzi. E’ difficile comprendere come proprio nell’estate che vede l’Umbria proporre il meglio della propria offerta culturale si debba fare i conti con interruzioni delle linee ferroviarie, riduzione dei convogli e una rete stradale e superstradale spesso trasformata in un susseguirsi di cantieri. Una situazione che rischia di vanificare almeno in parte gli sforzi compiuti nella promozione del territorio. Non si possono investire milioni di euro per attrarre visitatori e poi rendere complicato raggiungere o attraversare la regione. L’accoglienza comincia molto prima del check-in in albergo: comincia dal viaggio. Altre regioni, a cominciare dal Trentino-Alto Adige, hanno dimostrato che cultura, turismo e servizi possono diventare un unico motore di sviluppo, capace di generare occupazione qualificata, benessere e ricchezza diffusa. L’Umbria possiede tutte le caratteristiche per riuscirci. Ma deve smettere di accontentarsi del turista “mordi e fuggi” e puntare, invece, a costruire un’offerta sempre più diversificata, qualificata e distribuita durante tutto l’anno. Ecco perché oggi, forse più che una nuova manifestazione, servirebbe una grande cabina di regia regionale. Un luogo nel quale istituzioni, organizzatori, categorie economiche, operatori turistici, gestori delle infrastrutture e dei trasporti possano programmare insieme, coordinando eventi, servizi, mobilità e investimenti. Perché la crescita non nasce dalla somma di tante iniziative isolate, ma dalla capacità di farle di
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