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La Voce dei Berici

12/06/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 😊
Il 2 giugno di ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana. Il referendum che diede un calcio alla pavida dinastia dei Savoia e trasformò un popolo di sudditi in cittadini adulti fu una grande prova democratica, il vero capolavoro di Alcide De Gasperi. Fu infatti lo statista trentino a battersi in prima persona perché la scelta tra Monarchia e Repubblica non fosse affidata, come inizialmente si era pensato, all’Assemblea Costituente, ma direttamente al volere popolare. L’Italia per rinascere aveva bisogno del coinvolgimento di tutti e in quell’occasione per la prima volta il suffragio fu davvero universale, con il voto di tutte le donne italiane. Dopo gli anni bui del fascismo e della guerra, si recò alle urne l’89 % degli aventi diritto e di questi il 54 % mise la sua croce sull’Italia turrita, il profilo della giovane donna simbolo della Repubblica. De Gasperi, che già dalla caduta del fascismo era Presidente del Consiglio e stava organizzando la Democrazia Cristiana, assunse anche le funzioni di Capo provvisorio dello Stato per guidare il passaggio verso il nuovo ordinamento repubblicano. C’era un Paese interamente da ricostruire e a cui ridare dignità sulla scena internazionale. Con questo obiettivo si presentò il 10 agosto successivo alla Conferenza di Pace di Parigi. Il suo discorso fu vibrante e memorabile. Parlò come rappresentante della neonata Repubblica che – disse – “armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire”. De Gasperi fu l’uomo della pacificazione, quella interna al Paese e quella dell’Italia con le nazioni che, da nemiche, cercavano ora di riconoscersi come sorelle nel progetto di un’Europa finalmente unita. A Parigi De Gasperi, presentandosi col cappello in mano e un cappotto a prestito, diede prova di un’altissima levatura morale, ponendo le basi per nuove positive relazioni internazionali. Cattolico convinto, visse sempre il suo impegno politico come servizio disinteressato alla pace e al bene comune. Spesso, parlando di sé, si definiva evangelicamente un servus inutilis. Innumerevoli le testimonianze della sua fede, della sua assoluta rettitudine nell’utilizzo dei beni dello Stato e della sua personale e generosa carità verso i poveri. A febbraio dello scorso anno si è chiusa a Roma la fase diocesana del suo processo di beatificazione. Un Servo di Dio a cui tutti noi dobbiamo molto e che dovrebbe ispirare la vita e l’operato dei politici di oggi, troppo spesso litigiosi e lontani dal popolo, a ritrovare il senso del servizio, della morigeratezza, dell’amicizia sociale. Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it © RIPRODUZIONE RISERVATA
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