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ANTIGONE E IL LIMITE DEL POTERE.
 Lettura critica della tragedia di Sofocle. -di Natalia Di Bartolo

09/08/2026 · Article 🕐 🆕 ⚠️
ANTIGONE E IL LIMITE DEL POTERE
Lettura critica della tragedia di Sofocle
 Il ritorno dell’Antigone di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa, nella stagione 2026 dell’INDA, con la regia di Robert Carsen e la traduzione di Francesco Morosi, offre l’occasione per interrogare nuovamente una tragedia che l’abitudine ha spesso cristalllizzato in formule troppo pacificate. Da secoli Antigone viene chiamata a incarnare la coscienza contro il potere, la donna contro il sovrano, la legge degli dèi contro la legge degli uomini; letture legittime, talvolta decisive, ma spesso divenute formule così levigate da non ferire più. Sofocle, invece, pone all’origine dell’opera un fatto più elementare e più duro: un morto lasciato senza sepoltura, un corpo che il decreto politico vorrebbe trattenere nella propria giurisdizione anche dopo la vita. È qui che la tragedia conserva la sua forza più inquietante, perché non riguarda soltanto la disobbedienza, ma la pretesa del potere di stabilire chi meriti lutto, terra, nome, memoria. Antigone non nasce come emblema gentile della ribellione: compie un atto funebre. Getta polvere sul fratello, e quel gesto poverissimo, quasi manuale, diventa più grave del bando regale. La lingua greca custodisce la materia aspra di questo conflitto. Quando Antigone invoca gli «ἄγραπτα κἀσφαλῆ θεῶν νόμιμα», “le norme non scritte e salde degli dèi”, non oppone a Creonte un sentimento privato, ma un ordine antico, religioso, infero, che nessun proclama umano può abolire. I κηρύγματα, “i proclami”, del sovrano possono essere gridati, temuti, eseguiti; non per questo diventano giusti. Anche il celebre «οὔτοι συνέχθειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν», “non sono nata per condividere l’odio, ma il vincolo d’amore”, perde forza quando viene ridotto a una frase sull’amore universale: Antigone rifiuta che l’odio politico continui a dominare il fratello dopo la morte. Proprio questa durezza ha permesso al personaggio di attraversare i secoli senza consumarsi. Hegel vi lesse l’urto fra famiglia e Stato; Hölderlin, traducendola, restituì al greco una lontananza quasi scabra; Brecht, nel secondo dopoguerra, ne fece materia di responsabilità davanti alla violenza politica; Anouilh, nella Parigi occupata, la consegnò a un’ambiguità in cui rifiuto e compromesso si fronteggiano senza quiete. Più vicino a noi, Steiner ha seguito la migrazione inesauribile del mito, Lacan ne ha visto la figura estrema del desiderio, Butler ha interrogato la parentela irregolare della figlia di Edipo, sottraendola all’idea rassicurante di una famiglia compatta contro lo Stato. Ogni epoca ha cercato in Antigone la propria ferita, e ogni traduzione ha prodotto una diversa creatura scenica: più sacrale o più civile, più arcaica o più politica, più vicina alla parola greca o alla sensibilità del presente. In questo senso la traduzione di Morosi, dichiaratamente attenta alla fibra del greco e alla sua esistenza nella voce dell’attore, appartiene pienamente all’occasione siracusana, come un lavoro che, già nella scelta traduttiva, dichiara la volontà di restituire ad Antigone una parola capace di conservare la propria necessità antica dentro il corpo della scena. Lo spettacolo è ormai approdato al Teatro Greco, nella stagione odierna, dentro una tradizione scenica che ogni volta costringe il testo a misurarsi con una nuova voce; ma la domanda che torna insistente ed eterna sulla pietra siracusana non riguarda la riconoscibilità immediata di Creonte come tiranno, né la facile consacrazione di Antigone come vittima luminosa, bensì qualcosa di più scomodo: la possibilità che una città, in nome dell’ordine, si arroghi il diritto di offendere un morto. Al fondo della tragedia rimane, dunque, questo nodo, severo e irriducibile: esiste un punto in cui il comando deve arrestarsi, perché neppure la forza pubblica può rendere legittimo l’oltraggio al corpo che non parla più. La terra che Antigone getta sul fratello è poca cosa, ma basta a pesare più del decreto. Natalia Di Bartolo
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