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L’Italia obbedisce e subisce, ma a Trump non basta ancora
Tredicimila soldati USA in Italia a cui si aggiungono i 21mila della Sesta flotta di stanza a Napoli e Gaeta con 40 navi e 175 aerei da caccia e da trasporto. Basi a stelle e strisce insediate in Veneto, Friuli, Lombardia, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia. Un centinaio di ordigni nucleari pronti all’uso (dati Sole 24 Ore), trasportati alla bisogna da aerei Tornado e F-35. È la tassa pagata da Roma a Washington dalla fine della Seconda guerra mondiale in cui l’Italia fu salvata da una dipendenza ancora più asfissiante dagli USA grazie alla Resistenza partigiana che riscattò il Belpaese dal Ventennio fascista e dalla sua sciagurata alleanza con Hitler. È grazie ai partigiani se la Costituzione, la più bella del mondo, ce la siamo scritta da soli a differenza di quel che è toccato a quelle di Germania e Giappone dettate direttamente dagli Stati Uniti. Però, c’è quel debito che ancora siamo costretti a pagare a Washington, a meno di decidere una volta per tutte che l’ultima rata è già stata onorata. Decisione che non si vede all’orizzonte, guai a chi tocca “l’ombrellone NATO”, guai a immaginarsi una seconda Liberazione, questa volta dal giogo nordamericano. Chi oggi griderebbe in una manifestazione di piazza “yankee go home”? Con la nuova legislazione sulla sicurezza del governo Meloni si rischierebbe la galera. Raramente i governi italiani hanno avuto il coraggio di alzare la voce contro le pretese USA che garantiscono l’immunità per i propri cittadini colpevoli di reati in casa nostra, persino quando per gioco abbattono una funivia sul Cermis provocando una strage in cui perdono la vita 20 poveracci. Tutte le presunte corresponsabilità USA nelle vicende più buie della storia italiana finiscono insabbiate, coperte da segreto di stato. Una qualche autonomia dei governi del secolo scorso ha riguardato le politiche nello scacchiere del Mediterraneo condivise da Craxi e Andreotti, in particolare nei confronti della questione palestinese, come testimonia lo scontro a Sigonella tra il presidente Craxi e il presidente Ronald Reagan in occasione del dirottamento della nave italiana Achille Lauro da parte di un commando del Fronte per la liberazione della Palestina. Da un lato la posizione negoziale italiana, che diede buoni risultati dall’altra la pretesa USA di prendere possesso dei dirottatori e dei mediatori, tra cui Abu Abbas. Ore di tensione, carabinieri che puntarono le armi contro i militari della Delta Force e viceversa, alla fine a spuntarla fu Craxi. Mai prima e mai dopo si sarebbe ripetuta una simile tensione e un simile scatto di dignità tra Roma e Washington. Alla base dell’attacco ad alzo zero di Trump contro colei che lo voleva Nobel per la pace ci sarebbe ancora una volta Sigonella e il mancato sostegno italiano alla guerra israelo-americana all’Iran, stesso luogo ma la storia è completamente diversa da quella del 1985. Due aerei USA diretti nei luoghi del conflitto per fare il loro sporco lavoro pretendono di atterrare a Sigonella ma l’autorizzazione, che spetterebbe al Parlamento, viene negata. Apriti cielo, Giorgia Meloni da amica diventa nemica di Trump, il suo presunto ruolo di pontiera tra le due sponde dell’Atlantico si rivela per quel che è, un imbroglio fondato su due ruffianate. Volano parole grosse, The Donald si scatena: A Evian “mi aveva implorato di fare una foto con lei, potevo rifiutarmi ma mi ha fatto pena”. Peggio ancora il seguito: vuole mostrarsi come mia amica per rimediare al fatto che in casa “sta perdendo consensi”. Giorgia fa a sua volta la faccia prima delusa e poi finta feroce, da coniglio mannaro, “io e l’Italia non imploriamo mai”. Persino Tajani (c’è un simpatico modo di dire che si attaglia al personaggio: anche le pulci hanno la tosse) fa l’arrabbiato per un giorno e annulla un incontro commerciale negli USA. Poi partono le serenate, gli incontri vengono riprogrammati, l’amicizia storica ed eterna Italia-Usa prevale, alla festa del 4 luglio all’ambasciata americana a Roma sono pronti a sfilare i nostri ministri vestiti a festa. L’opposizione difende l’onorabilità dell’Italia e della premier dall’intemerata d’Oltreoceano, poi però teme conseguenze e invoca l’amicizia con i nostri liberatori di ottant’anni fa. Mentre tutti cercano di evitare di rompere le uova nel paniere ecco arrivare un secondo sedicente pontiere, il segretario della Nato Mark Rutte e la frittata è fatta: c’è un equivoco, dice rivolto al suo amico Donald. l’Italia e l’UE hanno collaborato, e tanto, alla guerra in Iran. Solo per dirne una, durante il conflitto sono partiti dalle basi USA in Italia 500 voli a sosteg
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