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La Voce dei Berici

06/07/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 😊
Giuseppe Dal Bianco, flautista e polistrumentista scledense, è uno degli interpreti più significativi del panorama musicale vicentino. Dopo il diploma in Flauto Traverso al Conservatorio Pedrollo di Vicenza, ha proseguito lo studio della musica dedicandosi in modo particolare agli strumenti a fiato etnici, acquisendo la tecnica necessaria per fare della musica un vero e proprio laboratorio di ricerca personale sul suono. La sua grande passione e interesse per gli strumenti a fiato lo ha portato a raccogliere e collezionare centinaia di strumenti da ogni parte del mondo. Ha tenuto centinaia di concerti quasi sempre solistici e tuttora è impegnato in diverse esibizioni. Ha inciso alcuni Cd che raccolgono tutte le sue composizioni strumentali. Lei proviene dalla musica classica e barocca, com'è arrivato a quella etnica? "Dopo essermi laureato, alcuni amici mi fecero conoscere gli strumenti orientali e così mi ci sono appassionato. Per fare due esempi, il flauto nepalese e l'organo del Laos. Da allora non ho mai smesso di cercare e tutt'ora me li faccio spedire dai paesi di origine". Perchè ha scelto di collezionare così tanti strumenti dal mondo? "Sono una persona molto curiosa, un cercatore. Ne ho collezionati più di 300 e ho scoperto un mondo, nuove prospettive sonore. Mi affascina la semplicità di questi strumenti, capaci di produrre suoni meravigliosi e ammalianti".          C'è anche spiritualità nella sua musica? "Per me la musica è inscindibile dalla spiritualità. Potrei definirla una ricerca dell’assoluto, un invito alla riflessione. E' evocativa e meditativa. Ricerco un modo di suonare che sia contemplativo, per me e per chi mi ascolta. Molti spettatori dei miei concerti me lo confermano". Lei è anche artista, cosa hanno in comune musica e arte? "L'arte per me è un bisogno primario, lo sento nella pittura e nella musica. Il modo in cui realizzo le mie opere in rilievo è molto legato alle mie esperienze e ai miei interessi musicali, che riguardano il minimalismo e la musica contemporanea di compositori che hanno sempre dato al silenzio la stessa importanza del suono. Un silenzio meditativo che ha molto a che fare con l'interiorità". Sua figlia Elisa è una musicista elettronica, avete fatto un disco insieme... come si conciliano  due generi così diversi tra loro? "Quel disco nacque nel periodo della pandemia, eravamo a casa e avevamo tempo per produrre. Uscì nel 2025 e contiene brani a mio parere interessanti: anche se sono generi diversi, si conciliano bene. Basta farli dialogare tra loro e trovare i giusti accordi".                    " Oggi l'intelligenza artificiale sta invadendo anche la musica, che futuro c'è per il suo genere? "Non credo che ne risentirà molto. Io suono strumenti millenari, legati alle tradizioni popolari, alla terra, alle fasi della vita. Hanno una lunghissima storia, un'estrazione ancestrale. Hanno un'anima".                        L’11 luglio parteciperà al Festival Fuoribosco sulle colline di Schio: come vede queste proposte di musica in natura? "La mia musica è perfetta per essere suonata nella natura. Vengo chiamato spesso in questi contesti, ad esempio sull'Altopiano dei Sette Comuni o nella foresta del Cansiglio. Gli strumenti stessi sono fatti con materiali naturali come legni o pelli e si sposano perfettamente con quel tipo di ambientazione". Il 13 luglio suonerà nel giardino della canonica parrocchiale di Malo in una serata dal titolo "Armenia, luce ferita: paesaggio, martirio e cultura di un popolo antico" "Sarò con don Nicola Spinato, il vicedirettore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Vicenza. Lui è uno storico e ha fatto una tesi sull'Armenia. Io lo accompagnerò suonando musica tradizionale armena con il Duduk, uno strumento a fiato tradizionale di quella terra che amo molto. L'ho studiato da autodidatta, fino a pochi anni fa non era molto conosciuto in Italia".  Perché è legato a questo strumento e a quella terra? "Nel 2015, in occasione del centenario del genocidio armeno, lo suonai ad un concerto nel santuario di S. Libera a Malo. Il concerto era dedicato al grande musicista armeno Komitas, vissuto tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Fu il primo di una serie di concerti in memoria di Padre Komitas e da allora vengo spesso chiamato in diversi luoghi a suonare il Duduk". Alessandro Scandale © RIPRODUZIONE RISERVATA
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