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INTERVISTA A ARIANNA NINCHI - di Andrea Carnevali
Arianna Ninchi: «Ellida è un mistero. Non si può abitare, si può solo ascoltare»
C’è il mare, naturalmente. Ma ci sono anche il desiderio, la paura della libertà, il peso della scelta, la nostalgia di una vita possibile e insieme irraggiungibile. Ne La donna del mare di Henrik Ibsen, Arianna Ninchi dà corpo a Ellida, figura inquieta e mobile, sospesa tra il richiamo dell’altrove e la necessità di restare. Lo spettacolo, diretto da Rosario Tronnolone e dedicato a Eleonora Duse, affronta uno dei testi più poetici e misteriosi del teatro moderno. In questa conversazione, Arianna racconta la nascita del progetto, il lavoro sul personaggio, il rapporto con la regia e la perdurante attualità di un dramma che continua a interrogare il presente. La regia di Rosario Tronnolone conferma, ancora una volta, la modernità di un testo teatrale che, sin dalla sua comparsa, ha suscitato discussioni nelle platee internazionali. Lo spettacolo è andato in scena al Teatro di Documenti di Roma dal 21 al 26 aprile 2026. Come è nato il suo incontro con Ellida e con questo spettacolo?
Nel 2024 il professor Marco Guardo e l’Accademia dell’Arcadia mi avevano chiamata per un omaggio a Eleonora Duse nel centenario della sua morte. Per l’occasione proprio Tronnolone mi aveva affiancata nella preparazione delle letture, e tra i testi scelti c’era un passaggio chiave de La donna del mare. Credo che lì sia nato in me il desiderio di affrontare il ruolo di Ellida. Rosario, invece, voleva ritornare a Ibsen da molto tempo, da un allestimento di Hedda Gabler, che fece nel 2012. Tra i nostri impulsi più o meno recenti e la fortuna di averli fatti incontrare, mi è parsa incredibile la coincidenza di aver debuttato il 21 aprile, giorno della morte di Duse. A lei il nostro spettacolo è dedicato. Ellida è un personaggio sfuggente, quasi inafferrabile. Come si è avvicinata a questo mistero?
Sono a indagare il mistero Ellida dall’inizio dell’anno. Questo studio è stato come un’immersione in acque che, da donna mediterranea, ho sentito molto fredde. Certamente molto profonde. Ellida resta sfuggente. E penso sia impossibile abitarla. Di fronte a certi misteri, appunto, credo sia utile pensarsi come a delle antenne – o a degli alberi maestri, per usare una metafora marina – che rimangono in ascolto dell’ineffabile. Quali sono stati i punti essenziali del suo lavoro sul personaggio, sul piano fisico e vocale?
Ho lavorato sulla fluidità. Ellida non può star ferma, è come percorsa da onde e maree che, se a volte la cullano, arrivano però a sconquassarla nella burrasca. Sirena, che vive fuori dal suo elemento, ha la necessità di appoggiarsi a chi è più solido di lei: il marito Wangel è un po’ il suo porto sicuro. Lo Straniero è l’amore passionale, da afferrare sfoderando gli artigli, che nella mitologia greca le sirene hanno e che io ho dovuto faticosamente trovare.
Quanto al lavoro a livello vocale, Ellida è irrequieta e nervosa e alcune sue uscite suonano aspre e stridenti. Ma è anche capace di note dolcissime e flautate, o al contrario, di grida disperate e feroci. Molte considerazioni sembra farle a sé stessa, e allora sono piccole, sussurrate. E certe rivelazioni sono appena pronunciate. Anche a livello vocale, Ellida è mutevole: è come se risentisse dell’umidità, oltre che delle maree. Il testo di Ibsen è attraversato da silenzi, sottintesi, stratificazioni. Come avete affrontato questa complessità in prova?
C’è stato un lungo lavoro a tavolino, volto proprio ad affrontare la stratificazione di cui parli. Rosario ci ha guidati con sapienza nell’analisi del testo, per cercare di esprimere l’enorme portato del suo non detto, “anche quello che non si può dire”, per usare parole che lo stesso Ibsen fa dire a Ellida. I silenzi e i sottintesi sono in questo dramma più importanti delle parole. Quanto alla tensione poetica, a momenti è stato un bene allontanarsene: in alcuni passaggi il testo è così evocativo che c’era il rischio di essere sovrastati dal sublime di certe immagini. Allora è stato necessario per me andare a volte contro la poesia, riportando la parola a qualcosa di molto terreno e concreto. Ellida vive una lacerazione continua tra desiderio e sicurezza. Quanto le è vicina questa tensione?
Sì, Ellida è proprio dilaniata da questa sua condizione. Io, ad oggi, per mia sensibilità, tendo a seguire e a inseguire il desiderio. Nel dramma aleggia anche il tema della malattia, o almeno di una fragilità percepita come tale. In che modo lo ha interpretato?
Tra le prime battute di Ellida, ce n’è una, che sento come una “frecciatina” nei confronti del marito medico: “L’acqua dei fiordi è un’acqua malata. E sembra che faccia ammalare”. Attorno a lei c’è grande preoccupazione per lo stato dei suoi nervi – sua madre è morta in manicomio – e questo credo contribuisca a farla sentire in gabbia. Sento in lei, inizialmente, un rifiuto dell’idea di essere malata. Ellida mi sembra allora molto vera, quando chiede a suo marito di salvarla da sé stessa, più che da q
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