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L’Italia del lavoro cambia indirizzo e si sposta verso i territori produttivi

04/08/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 ⚠️
C’è un’Italia che cambia indirizzo. Non è ancora quella dei grandi esodi, delle valigie di cartone o dei treni che dal Sud risalivano verso le fabbriche del triangolo industriale. È una mobilità più frammentata e silenziosa, fatta di spostamenti tra città e provincia, centri produttivi e cinture urbane, luoghi del lavoro e Comuni nei quali è ancora possibile permettersi una casa. Ma, proprio per questo, racconta con notevole precisione come sta cambiando l’economia reale del Paese. Nel 2025 un milione 455mila persone ha trasferito la residenza da un Comune italiano a un altro: oltre 70mila in più rispetto all’anno precedente, pari al 5,1%. Il dato Istat non segnala soltanto una ripresa della mobilità. Dice che lavoratori e famiglie stanno ridisegnando dal basso la geografia italiana, dirigendosi verso i territori nei quali si addensano imprese, occupazione, collegamenti e servizi. A guadagnare residenti sono il Nord-est, che si colloca al primo posto per attrattività (tasso migratorio interno a +1,6 per mille residenti) ma solo perché nelle classificazioni Istat include l’Emilia-Romagna che ha un saldo interno di +2,1 per mille. Senza la regione “locomotiva d’Italia”, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige si collocherebbero dietro al Nord-ovest, trainato dalla Lombardia, che registra un saldo del +1,3 per mille. Anche il Centro guadagna residenti, ma a un ritmo molto più contenuto, pari a +0,5 per mille. Il primato provinciale appartiene a Pavia, con un saldo del +5,3 per mille. Le perdite interessano invece il Sud, con un saldo negativo del 2,6 per mille, e le Isole, ferme a -1,8. Sono dati che premiano ancora una volta l’Italia produttiva, ma suggeriscono una lettura meno scontata della tradizionale contrapposizione tra regioni. Quasi il 60% dei cambi di residenza avviene, infatti, tra Comuni della stessa provincia. Un altro 16% si realizza tra province della medesima regione. Soltanto un trasferimento su quattro supera i confini regionali. Più che spostarsi da un’Italia all’altra, la popolazione si ricolloca dunque all’interno di bacini territoriali sempre più ampi. Si lavora in un Comune, si abita in un altro, si utilizzano servizi collocati in un terzo. La vita economica ha superato da tempo i confini amministrativi, mentre le politiche pubbliche continuano spesso a esserne prigioniere. Il caso di Pavia è indicativo. Sarebbe azzardato dedurre dal primato migratorio un improvviso boom dell’economia provinciale. È più ragionevole leggervi l’allargamento dell’area milanese, spinto dal costo delle abitazioni, dalla disponibilità di collegamenti e dalla ricerca di spazi accessibili. Milano produce occupazione e valore, ma espelle una parte di coloro che vi lavorano. Il risultato è una metropoli economica assai più vasta della città legale, senza che a questa espansione corrisponda sempre un governo adeguato di trasporti, case e servizi. Qualcosa di simile accade attorno ai distretti industriali e ai poli manifatturieri. La fabbrica contemporanea non si limita ad assumere: modifica la domanda di abitazioni, mobilità, scuole, sanità e formazione. Se questi elementi non crescono insieme all’occupazione, anche un territorio ricco di imprese può scoprire di non riuscire ad attrarre il personale di cui ha bisogno. È qui che il rapporto Istat incrocia uno dei principali problemi denunciati quotidianamente dagli imprenditori: la difficoltà di reperire lavoratori. La risposta non può essere cercata soltanto nei centri per l’impiego o nel numero dei diplomati disponibili. Le persone valutano un’offerta nel suo insieme: opportunità professionale, costo della casa, tempo necessario per raggiungere lo stabilimento, servizi per i figli e qualità della vita. La competitività dell’impresa finisce così per dipendere anche dall’efficienza del territorio che la circonda. Anche gli arrivi dall’estero seguono la mappa produttiva. Il Nord-ovest accoglie il 33,5% degli immigrati stranieri e il Nord-est il 21,7%. Oltre la metà si dirige quindi nelle regioni settentrionali e un altro 20,3% sceglie il Centro. La popolazione aggiuntiva tende a concentrarsi proprio nelle aree che già dispongono della maggiore capacità economica. È un vantaggio, perché attenua la riduzione della forza lavoro e amplia il bacino al quale possono attingere le imprese. Ma è anche una responsabilità. Se mancano politiche di integrazione, formazione linguistica e professionale, riconoscimento delle competenze e accesso all’abitazione, la mobilità può tradursi in precarietà e segregazione anziché in crescita. Pensare che basti aprire quote d’ingresso per risolvere la carenza di personale significa ignorare tutto ciò che accade dopo l’arrivo. Il rischio è che la concentrazione produca un doppio squilibrio. Da una parte territori nei quali diminuiscono popolazione, attività e servizi; dall’altra aree produttive nelle quali la crescita viene frenata dal prezzo delle case, dalla congestione e dall’insufficienza delle infrastrutture. L’attrattività,
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