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Lavoratori senza impresa e con meno potere contrattuale
Il mondo del lavoro sta cambiando a un ritmo così rapido da far girare la testa a lavoratori, sindacati e autorità pubbliche. In Spagna, negli ultimi anni, si sono susseguiti diversi tentativi di regolamentare lo sviluppo sfrenato del falso lavoro autonomo, che consente a chi lo sfrutta di limitare le proprie responsabilità nei confronti dei lavoratori, pur mantenendo un controllo stretto sulla loro attività. La Ley Rider del 2021 ha introdotto una presunzione di subordinazione per i rider, imponendo alle piattaforme di trattare chi effettua consegne come dipendenti, con contratti e protezione sociale. Tuttavia, le grandi imprese del settore hanno cercato di aggirare la legge, ricorrendo a una notevole creatività giuridica, nella speranza che la destra salisse al potere. Il governo di centro-sinistra è invece rimasto in carica anche dopo le elezioni del 2023 e ha intensificato gli sforzi per far rispettare la normativa. Da un lato, ha mobilitato l’ispettorato del lavoro, che ha riqualificato oltre 130mila falsi indipendenti come lavoratori dipendenti. Dall’altro, è stato modificato il Codice penale per consentire il perseguimento dei datori di lavoro di falsi autonomi. Pratiche un tempo considerate infrazioni amministrative sono così diventate, in alcuni casi, reati. La prospettiva di sanzioni penali ha spinto diverse imprese a conformarsi, mentre altre hanno abbandonato il mercato spagnolo. Sebbene la situazione sia migliorata, non vi è dubbio che gli attacchi alle condizioni di lavoro dei rider – così come di molti altri lavoratori precari – continueranno. E va anche ricordato che, nel panorama internazionale, la Spagna rappresenta un’eccezione, più che la regola. Un recente volume contribuisce a comprendere l’evoluzione del fenomeno dei lavoratori senza impresa. In Workers without Companies, Sylvie Célérier e Alberto Riesco-Sanz propongono un’analisi che si discosta sia dalle tesi sul “declino” del lavoro salariato sia da quelle che interpretano la proliferazione del lavoro autonomo come una semplice deregolamentazione neoliberista. Secondo gli autori, non stiamo assistendo alla fine del sistema salariale, bensì a una sua profonda trasformazione, caratterizzata da una crescente separazione tra lavoratori e imprese. Sempre più spesso le imprese utilizzano lavoro senza integrare direttamente i lavoratori al loro interno (ricorrendo a piattaforme, esternalizzazioni e forme di lavoro formalmente autonomo) senza che questo elimini i meccanismi fondamentali di salario e protezione sociale. In altre parole, i lavoratori “escono” dall’impresa, ma non dal sistema che organizza il lavoro. Lo Stato assume in questo contesto un ruolo ambivalente ma centrale: continua a operare come regolatore e garante della riproduzione sociale, ma sotto una forte pressione, dovuta alla disoccupazione di massa, alla competizione globale e ai vincoli fiscali. Ne risulta un insieme di interventi spesso contraddittori, volti al tempo stesso a favorire la flessibilità del capitale e a mantenere una base minima di coesione sociale. L’emergere dei “lavoratori senza impresa” non significa assenza di regole, ma un sistema più instabile, in cui il legame tra lavoro, diritti e protezione cambia. In questo contesto, i lavoratori hanno meno potere contrattuale, perché il lavoro è sempre più frammentato e difficile da organizzare. Resta da sperare che i lavoratori senza impresa non diventino anche lavoratori senza sindacato.
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