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L’umanità di un grande rivoluzionario

18/07/2026 · Article 🕐 🆕
Gramsci finì in carcere, come tanti altri oppositori al regime, in seguito al fallito attentato di Bologna a Mussolini del 1926 ad opera del giovanissimo Anteo Zamboni. Un episodio mai davvero chiarito che fornì al regime il pretesto per una svolta ancora più autoritaria. Il regime fascista era consapevole del carisma e del valore intellettuale di Gramsci, del potenziale pericolo che le sue idee rappresentavano. Non è un caso che il pubblico ministero fascista Michele Isgrò, durante il processo contro di lui, pronunciò una frase programmatica che probabilmente provenne direttamente dalle labbra di Mussolini: «Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Un disegno criminale che tuttavia fallì, poiché Gramsci riuscì a scrivere i suoi celebri Quaderni del carcere proprio durante la sua lunga prigionia. Un autentico capolavoro ancora letto e studiato in molte università del mondo. Quello che però riuscì al regime fu di logorare Gramsci nella carne e nello spirito: affetto dal morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea, e da continui e debilitanti problemi di salute, l’intellettuale comunista visse i suoi ultimi anni in un progressivo e doloroso decadimento fisico nelle carceri sparse in tutta la Penisola.   Al centro l'uomo, non il mito È proprio in questa carne ferita che si addentra lo straordinario lavoro drammaturgico di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno, in scena ormai da anni anche al di fuori dei confini italiani. La produzione di Ura Teatro, avvalendosi della consulenza scientifica della Fondazione Gramsci, compie una scelta radicale: lascia sullo sfondo la macro-storia – il fascismo imperante, i complessi e tormentati contrasti politici con Stalin e Togliatti – per mettere al centro l'umanità di Gramsci, la sua tenerezza di padre, il suo bisogno di amare e di sentirsi amato anche all’interno delle terribili strutture di detenzione del regime fascista. Anche il dispositivo scenico è ridotto al minimo, esaltato dagli spazi teatrali del festival, affacciati sull’enorme fetta di pianura padana dominata dalla skyline della metropoli milanese. A dominare è la parola, la voce di Gramsci, che si fa via via sempre più pesante, più dolorosa, più sola. L'interpretazione solitaria e magnetica di Fabrizio Saccomanno restituisce magistralmente la parabola di un essere umano che giorno dopo giorno tenta di resistere, di non perdere lucidità e dignità, nonostante il deterioramento costante della propria condizione psico-fisica, ma che alla fine è costretto a cedere.      La solitudine e la tenerezza di un padre Il cuore pulsante della messinscena è l'esplorazione della sua disperata solitudine affettiva. Saccomanno dà voce e corpo a un uomo che si sente tragicamente abbandonato. La corrispondenza con la Russia è un calvario nel calvario: i ritardi della posta e la grave depressione che affligge la moglie Julka creano un silenzio assordante. In questo vuoto si inserisce lo squarcio più struggente dello spettacolo: il Gramsci padre e pedagogo. Le lettere ai figli Delio – visto solo da piccolissimo – e Giuliano – mai conosciuto – non menzionano mai le sbarre o la malattia. Diventano invece spazio di pura tenerezza. Nella recitazione di Saccomanno, le favole sugli animali scritte da Gramsci per i figli si trasformano in materia viva, in un disperato bisogno d'amore e di connessione con il mondo esterno. È devastante per lo spettatore ascoltare la richiesta del prigioniero che supplica i figli di raccontargli la normalità, il loro quotidiano, i piccoli dettagli di una vita che a lui è negata. Lo spettacolo è un crescendo di sofferenze. La sua produzione teorica non interferisce praticamente mai con la narrazione. Anche questa rimane sullo sfondo, come un fantasma, come qualcosa d’altro rispetto alla sfera privata.   Ma lo spettatore non può non pensare come un essere umano in tali condizioni abbia potuto partorire una pietra miliare del pensiero politico e filosofico come i Quaderni del carcere. Il fatto che questa opera sia arrivata miracolosamente fino a noi è l’unica consolazione che rimane al pubblico. Antonio Gramsci detto Nino non è la celebrazione di un monumento della sinistra del Novecento, ma il ritratto intimo e doloroso di un uomo che, pur scientemente spezzato dal regime, ha continuato fino all'ultimo respiro a cercare un modo per migliorare il mondo e a rimanere una guida morale per le generazioni future. A Campsirago (Lecco), sede del festival, la memoria si è fatta carne e commozione.  
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