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Editoriale: il paradosso italiano e lo sguardo globale. Ora le aziende devono muoversi
C’è qualcosa che non torna e continuavo a ripetermelo, qualche giorno fa, mentre assistevo alla presentazione dei dati ANCMA sul mercato bicicletta del 2025.
C’è qualcosa che non torna perché è evidente. Basta guardarsi intorno, in città e non solo, per accorgersi che le biciclette sono ovunque. Pendolari, sportivi, cicloturisti, utenti occasionali: la presenza è aumentata, ed è sotto gli occhi di tutti e, putroppo, anche nelle cronache quotidiane di incidenti e tragedie. Eppure, nello stesso tempo, il mercato continua a parlare di calo, di difficoltà, di margini ridotti. La parola “tragedia” è stata utilizzata, anche altro. “Un anno così non me lo ricordavo” ha ammesso più di qualcuno.
Non è solo una contraddizione apparente. È un vero paradosso. E racconta meglio di qualsiasi numero la fase che il settore sta attraversando.
I dati più recenti confermano un calo delle vendite, nulla di drammatico se letto isolatamente. Ma si esce da quella maschera di ottimismo che era stata indossata negli scorsi anni: sì, il fatturato era lì, ma gli sconti continuavano a tenere in movimento il mercato. Alla fine la medicina degli sconti ha rivelato tutti i suoi effetti collaterali.
Un cambiamento in corso
Il problema, rendiamoci conto, non è quanto si vende oggi, ma cosa sta cambiando nel rapporto tra uso e acquisto. Perché se le biciclette si usano di più ma si comprano meno, significa che qualcosa si è rotto nel meccanismo che per anni ha sostenuto il mercato.
Una prima spiegazione è quasi banale, ma spesso sottovalutata: le biciclette durano e si vogliono far durare. Lo ha detto chiaramente anche la ricerca, globale, presentata alla viglia della Fiera di Taipei: il lavoro in officina è aumentato un bel po’. Si ripara, non si sostituisce. E chi vende accessori e parti di ricambio non lo dice neanche sottovoce: le cose stanno andando benone. Anche sul territorio italiano il riscontro c’è, ascoltati personalmente.
Dipende a quali fasce di mercato si guarda, evidentemente.
Da una parte l’altissima gamma, che non ha mai rivelato cali importanti, anzi, le biciclette più costose si vendono eccome. E non è solo l’effetto Pogacar che attira al ciclismo agonistico. Dall’altra la media gamma e poi tutte quelle biciclette che hanno fatto il boom del settore dopo la pandemia. Un pubblico diverse da quello supersportivo, ciclisti che la bicicletta la usano per spostarsi, per fare la gita fuori porta, ma lontani, evidentemente, dalla logica dell’acquisto compulsivo dell’ultima novità. La bicicletta non è uno smartphone.
Quelle acquistate negli anni del boom pandemico sono ancora perfettamente funzionanti. Non c’è un’urgenza reale di sostituzione. A differenza di altri settori, qui il ciclo di rinnovo è lungo, e quando si interrompe il flusso di nuovi ingressi, il mercato rallenta inevitabilmente.
Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. Perché il tema dei prezzi entra in gioco, e non in modo secondario. Negli ultimi anni i listini sono saliti, spinti da costi industriali, logistica e posizionamento dei brand. Poi, improvvisamente, è arrivata la fase opposta: sconti diffusi, promozioni continue, necessità di svuotare i magazzini.
Gli sconti hanno destabilizzato il mercato e la fiducia è crollata
Il risultato delle politiche di sconto estreme non è stato un semplice abbassamento dei prezzi. È stata una perdita di credibilità del prezzo stesso. Oggi molti utenti non sanno più quanto “vale davvero” una bicicletta. E quando il prezzo diventa incerto, l’acquisto si rimanda. Si aspetta l’offerta, si rimanda la decisione, si continua a usare quello che si ha. Cresce la convinzione che la novità spinta a tutti i costi non sia un avanzamento, ma un vestito nuovo con stoffe vecchie. È una questione di percezione, di fiducia, di coerenza del mercato.
E poi c’è un altro elemento, forse il più importante: l’uso della bicicletta sta crescendo, ma non nella forma che genera automaticamente mercato. Si pedala di più, sì, ma spesso con biciclette già acquistate. Oppure con mezzi di fascia bassa, presi nella grande distribuzione o online. Oppure ancora in contesti, come il cicloturismo, dove l’investimento è stato fatto anni fa e continua a produrre utilizzo senza generare nuova domanda.
I dati della grande distribuzione, infatti, sono in positivo. Se si supera la voglia di avere la bicicletta del campione, si trovano tantissime alternative. Quel che vi stiamo continuando a raccontare dalla Fiera di Taipei è in questa direzione (continuate a seguirci nel nostro Speciale dedicato).
L’importanza delle infrastrutture
In altre parole, l’uso cresce, ma non è ancora strutturato. Ed è qui che il discorso si sposta inevitabilmente fuori dal mercato. Perché se la bicicletta non diventa un mezzo quotidiano, integrato nella mobilità, il suo potenziale economico resta limitato. In Italia, salvo alcune eccezioni, manca ancora questo passaggio. Le infrastrutture sono frammentate, spesso discontinue, raramente pensate come sistema e le amministrazion
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