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La guerra che il ciclismo italiano non può permettersi
Quando una federazione e la sua lega professionistica arrivano a sospendere la convenzione che ne regola i rapporti, il problema non è mai soltanto giuridico. È politico e si traduce in un disastro, quello che stiamo vivendo in questi giorni.
La decisione della Federazione Ciclistica Italiana di sospendere con effetto immediato la convenzione firmata nell'agosto 2024 con la Lega del Ciclismo Professionistico rappresenta il punto più alto di una tensione che da mesi covava sotto la cenere e che ormai è diventata pubblica. La contestazione formale riguarda la gestione dei diritti televisivi del Campionato Italiano Donne Elite, che secondo la FCI sarebbe stata trattata dalla Lega senza autorizzazione federale. Ovviamente è la punta di un iceberg che si è formato negli ultimi mesi e non solo.
Chi ha ragione? Potenzialmente tutti
Da una parte c'è il presidente federale Cordiano Dagnoni, che da tempo denuncia quelle che considera ingerenze della Lega in ambiti non di sua competenza, arrivando a parlare di una sorta di "federazione parallela" cresciuta oltre i confini stabiliti dalla convenzione. Dall'altra c'è Roberto Pella, che in due anni di presidenza ha costruito una rete istituzionale capace di attrarre risorse, riportare il ciclismo al centro del dibattito politico e sostenere iniziative che hanno dato nuova visibilità al movimento professionistico.
Qui non è questione di stabilire che ha ragione e torto, chi vince e chi perde, perché nessuna delle due parti ha torto e, certamente, hanno una parte di ragione.
La Federazione rivendica il proprio ruolo di governo dello sport. È una posizione comprensibile e doverosa. Nessuna federazione può accettare che un organismo delegato finisca per sovrapporsi alle proprie competenze.
La Lega, però, rivendica risultati concreti. In un momento storico in cui organizzare una corsa è diventato sempre più difficile, trovare sponsor è un'impresa e il ciclismo lotta per mantenere spazi mediatici, chi riesce a generare opportunità finisce inevitabilmente per acquisire peso politico.
La convenzione del 2024 era stata presentata come l'inizio di una nuova stagione. Dopo il commissariamento della Lega e la riforma statutaria, Federazione e Lega avevano parlato di autonomia, collaborazione e sviluppo condiviso. A meno di due anni di distanza, quel progetto sembra essersi trasformato nel suo contrario.
Il rischio, tuttavia, va oltre il rapporto personale tra Dagnoni e Pella. A farne le spese non è la Federazione o la lega, è il ciclismo italiano.
Perderebbero gli organizzatori che cercano interlocutori chiari e procedure snelle. Perderebbero le squadre professionistiche che hanno bisogno di una governance stabile. Perderebbe il ciclismo femminile, che sta vivendo una fase delicata di crescita e non può permettersi di diventare terreno di scontro istituzionale. Perderebbero soprattutto i territori, che negli ultimi anni hanno ricominciato a investire negli eventi ciclistici grazie a una maggiore capacità di dialogo con le istituzioni.
L'impressione è che questa vicenda racconti una difficoltà più generale e si tratta di una dinamica già vista con i rapporti del mondo amatoriale. In una federazione perfetta il lavoro degli enti di promozione ciclistica non avrebbe quasi mai senso. Ma in Italia diventano necessari per coprire quegli spazi che la federazione non riesce a seguire.
In altri Paesi le tensioni tra federazioni, leghe e organizzatori esistono, ma vengono gestite all'interno di una strategia comune. In Italia troppo spesso il dibattito si trasforma in una contesa sulle competenze, sui ruoli, sulle attribuzioni. Questioni legittime, certo. Ma che rischiano di diventare autoreferenziali mentre il mondo fuori scappa via. E la situazione del ciclismo italiano è sotto gli occhi di tutti.
Il Consiglio Federale del 22 giugno potrebbe rappresentare un passaggio decisivo. C'è chi parla di commissariamento, chi di rottura definitiva, chi auspica una mediazione. Qualunque sia la soluzione, dovrebbe partire da una domanda semplice: a chi serve questa guerra?
Servisse al nostro ciclismo allora proseguano pure, ma se non serve al ciclismo sarebbe bene fermarsi.
Il ciclismo italiano ha già molti avversari: la crisi economica degli eventi, la concorrenza di altri sport anche dal punto di vista mediatico che, in Italia più che mai, porta lontano dal ciclismo anche quando ci potrebbe essere tutta la convenienza a spingere. Dal nostro punto di vista, ciclistico, appare come una follia, ma seguendo le logiche di mercato si sa che certi risultati non sono a brevissimo termine quindi, semplicemente, è più facile andare dove tira il vento. Le dinamiche del marketing italiane guardano a risultati immediati, non a lungo a termine.
Il ciclismo italiano, ora più che mai, dovrebbe fare fronte comune, non combattere contro se stesso.
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