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Totò contro i nazifascisti. La recensione del Corriere della Sera di "Paisà, sciuscià e segnorine"

21/07/2026 · Article 🕐 🆕 🇮🇹
di Aldo Cazzullo «Il Mezzogiorno non esisteva per noi. Io, da “nordista”, pensavo che nell’esperienza settentrionale ci fossero dei valori specifici superiori. Era una stupidaggine». Vittorio Foa, uno dei padri della Repubblica, a distanza di anni sintetizzava così il vuoto di memoria delle vicende dell’Italia meridionale già liberata, tra il 1943 e il 1945, mentre al Nord ancora si combatteva la Resistenza. C’è infatti uno spartiacque meno considerato che segna la storia d’Italia nella tragedia fascista e della guerra, cioè lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943. A partire da quel momento, con la progressiva avanzata degli angloamericani nelle regioni meridionali, fino alla liberazione di Roma nel giugno del 1944, per una parte di italiani inizia quello che è stato definito un “dopoguerra anticipato”. Di cui però si ha poca conoscenza, se non per alcuni eventi come le Quattro giornate di Napoli. In quella pagina di storia c’è molto altro, come racconta Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino), il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri. Scontri violenti, bombardamenti, stragi, rappresaglie, stupri (tra cui le cosiddette marocchinate), rastrellamenti, saccheggi e sfollamenti accompagnano la ritirata tedesca e la liberazione da parte degli Alleati, la cui presenza sul territorio e la convivenza forzata con la popolazione civile non sempre è pacifica e gioiosa. La fame, le macerie e la disperazione – di cui si è nutrita la fervida stagione del cinema realista, lasciandocene nitida testimonianza in film come Paisà di Roberto Rossellini e Sciuscià di Vittorio De Sica – scandiscono la vita quotidiana. Mancano alloggi e trasporti, il caro-vita è aggravato dalla robusta emissione di am-lire e il mercato nero e la disoccupazione dilagano, mentre molte famiglie soffrono la mancanza dei reduci. «Mi piacerebbe venire a trovarti – si legge in una lettera da Crispiano (Taranto) del 15 settembre – ma come faccio? Non posso uscire perché non ho scarpe. Sono andato a Taranto con le scarpe di mio cugino. Lavoro giorno e notte ma non sono riuscito a comprare un paio di scarpe perché devo aiutare in famiglia». Una disperazione diffusa, che alimenta tensioni sociali, recrudescenze criminali e fenomeni di delinquenza minorile e di prostituzione. Ma ci sono anche i primi sprazzi di libertà e di democrazia, la ripresa del dibattito politico e sindacale: in tutte le regioni del Sud i partiti dell’epoca pre-fascista e quelli nuovi iniziano a riorganizzarsi, aprendo sezioni nel territorio e tenendo affollati comizi nelle piazze. C’è voglia di tornare alla vita dopo il buio della dittatura e della guerra e un carico di speranze e aspettative – non tutte mantenute e non tutte a buon mercato – connesse all’arrivo degli americani con il loro pane bianco, cibo in scatola, caramelle, chewing-gum, gli occhiali Ray-ban, le jeep, il jazz e i ritmi e i balli sfrenati. Una presenza questa, che col passare dei mesi sarà sempre più ingombrante e accompagnata da degrado morale, sociale e anche economico per il loro ruolo di conquistatori-occupanti. «Quante ragazze – si legge in una lettera segnalata dalla censura militare nella relazione del gennaio 1945 – si stanno sposando con gli americani. Sono tutte donne illuse di andare in America non appena finisce la guerra, ma non pensano che verranno lasciate in abbandono. E poi cosa faranno? Ormai non c’è più la donna italiana ma bensì la madama o la Miss». Ed è anche il Sud della protesta del «non si parte», contro i richiami alla leva, e delle lotte contadine, in qualche caso con la costituzione di effimere repubbliche.  Mario Avagliano e Marco Palmieri compiono una lunga e meticolosa ricostruzione storica, attraverso una pluralità di fonti coeve (lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film). Il nuovo libro della coppia di storici, che con questo metodo ha indagato innumerevoli pagine del periodo a cavallo tra fascismo, guerra e dopoguerra, è un racconto corale in cui le vicende istituzionali e militari – che sono più note – restano sullo sfondo, mentre viene ricostruito dettagliatamente quel clima che Curzio Malaparte in Kaputt esemplifica così nella frase citata nella quarta di copertina del volume: «Tutti fuggivano la disperazione, la miserabile e meravigliosa disperazione della guerra perduta, tutti correvano incontro alla speranza della fame finita, della paura finita, della guerra finita, incontro alla miserabile e meravigliosa speranza della guerra perduta. Tutti fuggivano l’Italia, andavano incontro all’Italia». La forza di questo libro è la ricchezza di frammenti di storie individuali che catturano e avvincono, ricostruendo in presa diretta la vita del Mezzogiorno e del Centro Italia dopo la liberazione e dimostrando come al Sud la transizione dal fascismo alla democrazia sia avvenuta in anticipo, anche se con modalità assai differenti rispetto all’I
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