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Giustizia: un voto inevitabilmente politico
La campagna sul referendum costituzionale di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 è senz’altro partita in sordina. Ancora a inizio
del mese di gennaio, non pochi italiani ignoravano che a breve
sarebbero stati chiamati a esprimersi con un voto sulla legge di revisione
costituzionale intitolata Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e
di istituzione della Corte disciplinare, che aveva completato l’iter parlamentare con l’approvazione da parte del Senato il 30 ottobre 2025. Per tanti
non era neanche chiaro su che cosa si votasse: si sapeva che il referendum
riguardava la giustizia, ma quale aspetto della legislazione era stato modificato? E perché era stata fatta questa scelta? Nel corso delle settimane,
questo gap informativo si è andato riducendo, anche grazie al lavoro di
testate giornalistiche attente a spiegare le varie questioni di natura estremamente tecnica che ruotano intorno alla riforma costituzionale realizzata
dal Governo Meloni e dalla maggioranza che lo sostiene. In questa linea
si inseriscono anche i contributi che trovate in questo numero, realizzati con l’intento di aiutare a orientarsi in una materia oggetti
vamente complessa e con cui ben pochi hanno dimestichezza.
Il richiamo al carattere tecnico della riforma, in attesa di essere con
fermata o bocciata dal voto referendario, non deve però trarre in inganno: ci troviamo di fronte a una questione squisitamente politica. Lo
è in generale, perché non può essere altrimenti quando siamo chiamati a
esercitare il nostro diritto di voto come cittadini. Lo è ancor di più quando
si tratta di decidere se riscrivere il testo della Costituzione, che enuncia i
principi e i valori che reggono la nostra convivenza civile e individua i modi per tutelarli. A testimoniare la valenza politica della questione concorrono anche le polemiche che hanno accompagnato da subito il percorso della
riforma e che stanno assumendo toni sempre più accesi con l’avvicinarsi
dell’appuntamento referendario. D’altronde, ormai da tempo intorno ad
alcune vicende giudiziarie, anche relative a fatti di cronaca come nel caso
della “famiglia nel bosco” e non solo su questioni che hanno un’evidente
rilevanza politica, assistiamo a narrazioni mediatiche negative nei confronti
della magistratura. Prepararsi a esprimere il proprio voto implica dunque
provare a tenere insieme, al meglio delle proprie possibilità, gli aspetti tecnici, questo clima culturale e le valutazioni politiche.
Letture diverse e tra loro distanti
Nella Relazione illustrativa del disegno di legge costituzionale, presenta
ta dal Governo Meloni al Parlamento all’avvio dell’iter legislativo, si afferma che la riforma mira a dare «attuazione alla separazione delle loro
carriere [dei giudici e dei pubblici ministeri] in modo conforme alla
struttura più coerente con le regole fondamentali del processo penale». I
sostenitori del “sì” al voto referendario, ritengono
che sia un passaggio essenziale per avere una giustizia più equa. In
questo modo, a loro parere, nello svolgimento delle sue funzioni un giudice sarebbe davvero terzo e imparziale rispetto alle posizioni del pubblico
ministero, offrendo maggiori garanzie ai cittadini, soprattutto nel caso
di processi penali. Si tratta di una questione di cui si dibatte da oltre
trent’anni nel nostro Paese, con una crescente polarizzazione, dato
che le valutazioni giuridiche, legate al sistema processuale italiano, si sono
mischiate con le ripercussioni di alcune vicende giudiziarie, da Mani pulite
in poi, che hanno esacerbato i rapporti tra la magistratura e la politica.
A ulteriore conferma di quanto alcune componenti della società sentano
importante questo tema, che vede da tempo tra i favorevoli anche giuristi
vicini alle forze oggi all’opposizione, sulla separazione delle funzioni giudicante e requirente si sono già tenuti tre referendum abrogativi (nel 1997,
2000 e 2022), che tuttavia non hanno raggiunto il quorum richiesto dalla Costituzione per essere validi.
Per i contrari alla riforma, la separazione delle carriere non è il problema principale della giustizia nel nostro Paese, né una soluzione alla lentezza
dei processi, dovuta ad altre ragioni, prima fra tutte la carenza di sufficienti
risorse umane, anche sul piano del personale amministrativo, tecnologi
che ed economiche a disposizione degli uffici giudiziari. D’altronde, per
i sostenitori del “no” il vero obiettivo della revisione costituzionale è
indebolire la magistratura e minarne l’autonomia e l’indipendenza riconosciute nella Costituzione, attraverso lo sdoppiamento del Consiglio
superiore della magistratura (CSM), la creazione dell’Alta Corte di giustizia a cui viene affidata la competenza in materia disciplinare, togliendola
proprio al CSM, l’introduzione del sorteggio per la scelta dei membri degli
organi di autogoverno della m
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