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La Voce dei Berici
«Vi è nei giovani un senso di estraneità, neanche più di arrabbiatura, rispetto alla Chiesa. La loro è una ricerca che c’è e che si muove al di fuori, purtroppo: non immaginano che in Gesù Cristo e nel Vangelo possono trovare la risposta. Quando qualcosa li fa incontrare, una scintilla si accende». È una narrazione che mette insieme commozione e realismo quella del priore Sabino Chialà, nelle parole destinate alla terza Assemblea del cammino sinodale della diocesi di Vicenza. Il priore di Bose nel suo intervento guarda ad un passato remoto, alle scelte che si trovò a fare la Chiesa delle origini descritta da Luca negli Atti. Passi difficili, che possono ispirare il complesso cammino della comunità cristiana di oggi.
Priore, che cosa negli Atti, quali passaggi possono dare una direzione alla Chiesa attuale?
«Ci sono due fili rossi, in particolare, più evidenti. Il primo, quel tentativo di comporre una Chiesa plurale, che nasce come insieme di realtà diverse, in una unità armonica. Un insieme le cui parti devono trovare il modo di coesistere, di compaginarsi in una realtà armonica che non annulli la diversità. Che non la renda uniforme, ma dialogante. Questa è stata una delle prime sfide vissute dalle comunità cristiane».
E il secondo “filo rosso”?
«Le comunità descritte negli Atti escono dal contesto “protetto” della Chiesa di Gerusalemme e si confrontano con un mondo, pagano, che era assai lontano. Delle sfide nuove, per le quali non disponevano di molti strumenti: quindi emerge una disponibilità a confrontarsi, a trovare delle risposte, a partire dalla capacità di ascolto della realtà e allo stesso tempo della lettura della Scrittura. Quindi, in un momento in cui emergevano dei problemi nuovi abbiamo delle comunità che non si sono chiuse in sé stesse ma hanno provato a rispondere, anche in rottura con le situazione precedenti, anche dovendo “innovare”. Con discernimento: negli Atti emerge chiara la volontà, davanti alla sfida, di trovare una risposta ma in un contesto di duplice obbedienza, alla Scrittura e alla realtà circostante».
In quali passaggi lo si riscontra?
«Un momento culmine si ha nel capitolo 15, punto di arrivo e punto di partenza: il Concilio di Gerusalemme. Nel quale tutta una serie di situazioni che si erano venute a creare con l’incontro del mondo giudaico con quello pagano giungono ad elaborazione. La comunità si riunisce per confrontarsi e prendere delle decisioni che, poi, risulteranno fondamentali nel futuro. Perché poi iniziano i grandi viaggi di Paolo. Così come lo rappresenta Luca, quello è il momento in cui si apre ai pagani. La Chiesa ha potuto essere quella che è oggi grazie al coraggio di quegli apostoli, che hanno avuto l’audacia di aprire al futuro».
Quali sono le difficoltà della Chiesa attuale in cui può dare supporto il racconto di quei tempi passati?
«C’è un tema che mi sta molto a cuore, ed è quello dello sfilacciamento. Lo sfilacciamento delle relazioni umane, vere, che le comunità oggi si trovano a vivere. Gli Atti ci forniscono insegnamenti preziosi, a partire dall’elaborazione fatta come comunità. E poi, la fede in Gesù Cristo: è la sfida di tutti i tempi. È ciò che allora come oggi deve essere nel cuore della missione della Chiesa. Prima delle idee, della filosofia, viene una fede profonda in Cristo. I personaggi degli Atti lo mostrano chiaramente. Non è che questo non ci sia, nella Chiesa di oggi, ma a volte è sommerso sotto altro e rischia di “scolorire”. Anche Papa Leone ha insistito molto con i vescovi della Cei a tornare all’essenziale, a non farsi prendere la mano dalle tante cose da fare e a non disperdere energie in questo. È davvero un’urgenza. Implica subordinare il resto all’essenziale, cioè la fede in Gesù, dando sostegno a tutte le generazioni nel vivere questa relazione».
Al recente Festival Biblico la teologa Marinella Perrone ha messo in guardia dal rischio che nelle parrocchie non si dia più spazio alla Bibbia.
«Ha assolutamente ragione. È un altro tema che gli Atti ci stimolano a riprendere in mano. È evidente che un po’ di attenzione è venuta meno, dopo un certo fervore che vi era stato. Dobbiamo tornarci. Non già per cercare una fede più “intellettualistica” di quella che poteva essere prima del Concilio, ma perché l’ascolto della Scrittura è il primo strumento di edificazione di una realtà comunitaria. Ce lo dicono ancora una volta gli Atti: capitolo 2, versetto 42, in quel primo sommario in cui si ricorda che gli uomini e donne che costituivano la comunità credente “erano assidui negli insegnamenti degli apostoli, nella comunione, nello spezzare pane, nelle preghiere”. Quattro azioni, di cui la prima era l’ascolto della Scrittura. Non è una visione idealizzata, ma una tabella di marcia per la comunità credente di ogni tempo. Non possiamo far crescere la comunità se si trascura questo strumento. Anche con le nuove generazioni: va spiegata, rilanciata, approfondita».
Vi sono esperienze odierne a cui guardare, a cui ispirarsi?
«Vedo d
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