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Intervista a Ugo Pirro, sceneggiatore

13/06/2026 · Article 🕐 🆕 🇮🇹 😊
di Mario Avagliano   Uno dei più grandi sceneggiatori italiani di tutti i tempi, è il salernitano Ugo Pirro. Palma d'Oro a Cannes con A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), due volte candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura, è stato l’autore di film cult come Achtung! Banditi, La classe operaia va in paradiso, Il Giardino dei Finzi Contini e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. A 83 anni di età, Pirro sprizza vitalità da tutti i pori e non ha smesso di scrivere romanzi o soggetti per il cinema, nella sua casa romana a due passi da Piazza del Popolo. Lo sceneggiatore salernitano è anche un divulgatore appassionato della memoria e della storia del cinema made in Italy, e uno scrittore e un teorico importante, che ha contribuito a segnare la strada per le nuove generazioni di cineasti.    Ci parla delle sue origini salernitane? La mia famiglia è di Battipaglia. Mio padre era capostazione, mia madre era figlia di un agricoltore. Io sono nato a Salerno, e ci ho vissuto fino al 1923, quando mio padre fu trasferito a Castellamare di Stabia. Che ricordi ha di Salerno? Ero piccolo, ma ricordo benissimo la strada e l’edificio dove abitavo: Palazzo Salsano, in via Garibaldi. Un giorno avevo la febbre alta ed è passato sotto casa un carro con alcuni musicisti che chiedevano soldi per i terremotati. Mi affacciai alla finestra per vedere lo spettacolo e mia madre, per proteggermi dal vento, mi avvolse in una coperta disegnata con rose rosse. Se mi guardo indietro, posso ancora vedere il mio appartamento; aveva un corridoio lungo dove giocavo con mio fratello. Gli facevo i dispetti, lui era più grande di me, poi purtroppo morì di nefrite. E Battipaglia, com’era in quegli anni? Allora Battipaglia era poco più che un paese, era una frazione di Eboli. Ricordo che non c’era l’acqua nelle case, e si utilizzavano i secchi. Ci abitavano i miei nonni, e andavamo spesso a trovarli. Il mio nonno materno, Carmine Turco, fu il primo sindaco del nuovo comune.  Come si viveva a casa Pirro? All’anagrafe il mio vero cognome è Mattone. Comunque la mia adolescenza è stata un romanzo, tanto è vero che ci ho scritto un libro, Figli di ferrovieri, uscito nel 1998. Tra le altre cose, ho scoperto di avere un fratello naturale, e questo mi ha cambiato la vita. Com’è scoccata dentro di lei la passione per il cinema? Credo che una grossa parte di “responsabilità” ce l’abbia mio padre. Vede, allora le pizze dei film arrivavano per treno e mio padre, che era capostazione a Castellamare di Stabia, aveva acquisito per sé e per i suoi il “diritto” di ingresso gratuito al cinema. Il risultato è che passavo le mie giornate dentro la sala cinematografica, invece di studiare, e in latino ero un vero asino. Poi arrivò la guerra… E io combattei sul fronte in Jugoslavia, in Grecia e in Sardegna. Quattro lunghi e terribili anni, che ho in parte descritto nel mio primo libro, Le soldatesse, che racconta il viaggio di un ufficiale ventenne in compagnia di un «carico» di prostitute destinato ai soldati italiani dell'Armata Sagapò. Quando ha iniziato a scrivere sceneggiature? Da giovane ero più appassionato di teatro che di cinema. Ricordo che scrivevo commedie teatrali con il lapis, sui fogli da telegramma che si usavano nella stazione. Poi, finita la guerra, vinsi un piccolo premio letterario in danaro e nel ’47 mi trasferii a Roma. Cominciai a collaborare con qualche giornale, e solo più tardi entrai nel mondo del cinema. Quale fu il suo primo soggetto per il cinema? Quando ero ancora giornalista, incontrai un collega che aveva appena intervistato, in Puglia, Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista della Cgil. Mi raccontò che Di Vittorio, a quindici anni, avendo costituito una lega bracciantile, si rese conto che il suo analfabetismo danneggiava i lavoratori che intendeva rappresentare. Questa constatazione lo spinse ad imparare a scrivere: iniziò a scrivere sui muri di casa con il carbone, a strappare i manifesti dalla strada e a ricopiare le lettere. Questa storia mi colpì a tal punto che decisi di scrivere un film, prendendo spunto, appunto, da questa immagine di Di Vittorio. Lei ha vissuto in prima persona la grande stagione del cinema italiano degli anni Sessanta. Quali sono i registi a cui è legato di più? Senza dubbio Elio Petri e Carlo Lizzani, con i quali ho avuto un lungo e fecondo sodalizio. E poi, come dimenticare Vittorio De Sica. Tra i film che ho scritto, Il giardino dei Finzi Contini è uno di quelli che amo di più… La sceneggiatura può essere considerata come un genere letterario con una propria dignità? Credo di sì. Naturalmente vi sono molti modi di scrivere una sceneggiatura: c'è la sceneggiatura italiana, la sceneggiatura all'americana... Comunque, nel complesso, si può considerare un genere letterario. Anche se bisogna osservare che purtroppo, negli studi sul cinema, non si esamina mai la sceneggiatura. Se per il teatro si fa sempre riferimento al testo, per il cinema generalmente gli stu
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