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Campagna elettorale in italiano. E' una norma di buonsenso
In campagna elettorale parli in lingua italiana. Perché è qui che raccogli voti ed è qui che vuoi rappresentare i cittadini. Fai propaganda in lingua italiana. E ci mancherebbe altro. Non se ne può più degli appelli “tra” straniero per accalappiare consensi. Ma ci vuole una legge, anche per fermare questa specie di deriva islamica che punta a candidare per ora a livello locale personaggi strani che pensano più ad Allah che al municipio. Anche le recenti elezioni amministrative hanno testimoniato una folta e incredibile partecipazione di candidati non italiani. Che crea problemi che poi vedremo. E’ vero che pochi sono stati (finora) gli eletti ma in futuro non si sa. C’è ora una proposta di legge della Lega - primo firmatario il deputato Morrone - che finalmente mira a stabilire che, durante la campagna elettorale, la comunicazione politica — discorsi, comizi, manifesti, volantini, siti, social ufficiali dei candidati e delle liste — debba avvenire solo in italiano. E stupisce che non ci abbiano ancora pensato altre formazioni politiche: certo è che una volta assegnata in commissione vedremo che succederà attorno alla proposta. Le solite contumelie oppure una discussione civile su un tema che ormai esiste? Non si tratta di una questione da sottovalutare e che invece è assolutamente giusto normare. Anzitutto perché le elezioni riguardano i cittadini italiani che votano per istituzioni italiane. Troppo spesso ci si dimentica dove ci si trova, questo è un Paese che offre ospitalità a tutti - per molti anche a troppi - ed è anche giusto pretendere che almeno si conosca la nostra lingua e che i consensi elettorali si cerchino in modo corretto. E l’Italiano è la lingua ufficiale della Repubblica (l’art. 6 della Costituzione tutela le minoranze linguistiche e la stessa proposta di legge le rispetta, ma non toglie il primato dell’italiano). Provate ad immaginare senza nemmeno troppa fantasia perché spesso già accade la campagna in altre lingue. Inevitabile la creazione di barriere artificiali: chi non capisce bene l’italiano fatica a informarsi, mentre chi lo parla fluentemente ha un vantaggio comunicativo ingiusto. A che serve l’assenza di regole se poi tutto diventa difficilmente democratico da garantire? Tra l’altro una legge del genere garantirebbe una spinta autentica verso l’integrazione reale: se vuoi fare politica in Italia (anche come candidato di origine straniera), devi saper parlare la lingua del Paese ai suoi cittadini. Non è xenofobia, è realismo linguistico. E prima o poi lo dovranno capire tutti, anziché chiudersi nella propaganda del tutto a tutti senza dare proprio niente, in realtà. Molti Paesi hanno regole simili o più severe sulla lingua ufficiale nella vita pubblica e politica (Francia docet). Non è certo una follia. E rientra nelle normali misure di salvaguardia che uno Stato consapevole della propria identità deve offrire ai cittadini. Va dunque detto che si tratta di una misura di buonsenso. E frena una deriva islamica nei comuni che comincia a preoccupare e non a caso diventa fonte di polemiche altissime. In alcuni Comuni con forte presenza immigrata (soprattutto nordafricana e pakistana) si sono visti manifesti, volantini e perfino discorsi pubblici in arabo, urdu o altre lingue, spesso organizzati da liste o candidati di origine straniera o da associazioni etniche. E diventa un problema. Anche perché se poi a tutto questo si somma una forte impronta religiosa - come la presenza musulmana nelle liste - il disagio diventa davvero fortissimo. Questa proposta lo impedirebbe di fatto: chi vuole candidarsi o fare campagna deve rivolgersi agli elettori in italiano (o nelle lingue minoritarie storiche). È un segnale chiaro di difesa della lingua comune della Repubblica e di rifiuto delle “comunità parallele”. Non risolve i problemi più profondi (immigrazione, ricongiungimenti, concessione di cittadinanza, controllo del territorio), ma è un passo concreto e applicabile subito sulle elezioni amministrative. Perché altrimenti si forma un elettorato parallelo che non si integra linguisticamente. Emergono difficoltà per la stragrande maggioranza degli italiani residenti a capire cosa viene promesso o proposto. Imporre l’italiano come unica lingua della campagna elettorale è un modo semplice e ragionevole per dire: “Se vuoi fare politica in Italia, devi parlare agli italiani in italiano”. Non c’è proprio nulla di male ad approvare una norma siffatta e anzi è auspicabile che il Parlamento si sbrighi.
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