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Cinquant’anni fa la catastrofe di Seveso, luogo di tragedia ma anche di rinascita
SEVESO - Nell’immaginario comune, la Brianza ha rappresentato il cuore pulsante del “miracolo italiano”, la locomotiva economica di un paese che correva a velocità prodigiosa verso il benessere. Tra gli anni Cinquanta e Settanta, questo fazzoletto di terra a nord di Milano ha registrato indici di crescita strabilianti, arrivando a diventare una delle zone più ricche d’Europa. È in questo contesto che una parte della pianura brianzola è stata trasformata in una vera e propria zona di sacrificio industriale: un’area geografica in cui i costi sanitari, la devastazione ambientale e la compromissione della salute delle comunità locali sono stati deliberatamente accettati e barattati sull’altare della produttività e dell’occupazione ad ogni costo. Nel nord-ovest della regione prese forma, infatti, un vero e proprio distretto delle nocività, dominato da giganti dell’industria-chimica come la Snia a Varedo, a Cesano Maderno, a Ceriano Laghetto e l’Acna a Cesano Maderno. Fabbriche altamente pericolose che per decenni hanno sversato fumi nell’aria e veleni nelle falde acquifere e nei corsi d’acqua della zona. Un epilogo inevitabile In questo distretto c’era anche l’Icmesa, fabbrica di prodotti chimici intermedi, utili per produrre sostanze chimiche di diverso tipo, trasferitasi da Napoli a Meda nel 1945, a ridosso del confine con Seveso. Sin dagli albori, afferma Alberto Colombo, ambientalista e testimone del disastro, «l’Icmesa intossicava l’aria con le sue esalazioni nauseabonde, sversava sostanze inquinanti nel torrente Certesa e rappresentava un grave pericolo per la salute degli operai che vi lavoravano». Quando la proprietà della fabbrica passò sotto il controllo del colosso multinazionale svizzero Hoffmann-La Roche, la situazione non migliorò affatto. Anzi, continua Colombo, «l’Icmesa introdusse la produzione di triclorofenolo nel 1970 modificando il brevetto originale per produrlo, riducendo l’uso dei solventi nella reazione per aumentare lo spazio utile nel reattore e raddoppiare la produttività». Una scelta che, insieme ad una impiantistica priva di dispositivi automatici di sicurezza e di un serbatoio di contenimento per fughe indesiderate di fluidi e gas, «porterà poi al disastro e alla emissione di diossina prodottasi proprio nel processo di produzione del triclorofenolo». La nube tossica carica di diossina che si levò sabato 10 luglio 1976 alle ore 12.37 dal reattore A101 non fu quindi un fulmine a ciel sereno, una tragica fatalità o un incidente isolato ma, ribadisce Colombo, «fu il punto di rottura finale e inevitabile di un crimine economico e ambientale continuato». Dopo il 10 luglio, la multinazionale svizzera e la direzione aziendale scelsero la via del silenzio e della minimizzazione, parlando di un “generico incidente” ed evitando di comunicare alle autorità locali la presenza della micidiale diossina, certificata nei laboratori di Basilea già il 14 luglio. Negli altri reparti della fabbrica la produzione proseguì regolarmente per ulteriori cinque giorni, esponendo inconsapevolmente le maestranze al rischio. Furono i lavoratori, insospettiti dall’ordine di non portare gli indumenti a casa, di fare la doccia in fabbrica prima di uscire e dalla moria di animali che iniziava a manifestarsi all’esterno, a rompere l’omertà. Il 16 luglio gli operai entrarono in sciopero e in assemblea permanente, bloccando lo stabilimento. L’iniziativa non rimase confinata entro le mura della fabbrica: furono organizzate assemblee congiunte tra lavoratori e popolazione. Su questa spinta nacquero anche organismi solidali come il Comitato Tecnico Scientifico Popolare, dove confluirono le analisi e le forze di Medicina Democratica, fondata e guidata dallo scienziato militante Giulio Maccacaro. A questo si aggiunsero figure come il celebre biologo americano Barry Commoner e la scienziata e deputata del PCI Laura Conti, figura fondamentale dell’ambientalismo italiano che ha scritto pagine basilari a partire proprio dall’esperienza di Seveso. Bimbi sfigurati e donne in ansia Il disastro aggredì direttamente i corpi più fragili: le foto dei bambini sfigurati in viso dalla cloracne fecero il giro del mondo. Le donne in gravidanza si trovarono di fronte al rischio di malformazioni fetali causate dalla diossina. Si aprì così un drammatico e lacerante dibattito sull’aborto terapeutico, in una terra profondamente cattolica. Le donne di Seveso e degli altri comuni contaminati dalla diossina subirono una violenta pressione psicologica e l’ostracismo di alcuni medici obiettori. Alcune di loro, supportate dai consultori autorganizzati dal movi
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