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KILOWATT FESTIVAL FRA INCUBI APOCALITTICI E RISURREZIONI CORPOREE. -di Nicola Arrigoni
In cerca di un nuovo respiro del mondoKilowatt Festival fra incubi apocalittici e risurrezioni corporeedi Nicola Arrigoni Il nuovo respiro del mondo è il claim di Kilowatt Festival 2026 e in copertina ci sono due giovani corpi abbracciati: i volti si sfiorano per un bacio dolcissimo, impedito da due caschi a metà fra una maschera antigas e un caschetto per l’encefalogramma. In quest’immagine c’è il tema affrontato dalla kermesse di Sansepolcro, diretta da Lucia Franchi e Luca Ricci: la ricerca di un nuovo respiro del mondo, riflettendo sull’asfissia etica e morale che ci attanaglia.L’inizio del festival, affidato alla presenza di Eugenio Barba e Julia Varley, è un modo per recuperare radici antiche in un mondo nuovo, un invito a ritrovare l’umanità di uno stare in comune che ha tempi lunghi, contempla l’errore come inciampo e come ricerca di un proprio respiro individuale, in armonia con la collettività. I maestri servono a questo: a indicare il loro percorso, a mettere a disposizione delle generazioni presenti la loro esperienza, senza imporla, ma offrendola come possibile modalità d’azione.Tutto questo racchiude Kilowatt Festival 2026, di cui piace sottolineare la densità di pensiero e l’attenzione con cui ogni spettacolo contribuisce a documentare l’atmosfera di asfissia in cui siamo immersi oppure suggerisce e ricerca un’ipotesi altra, affidata per lo più al corpo come elemento comune attraverso cui rileggere il nostro rapporto con l’altro e con la realtà. Vocazione multidisciplinareLa coesistenza fra teatro e danza a Kilowatt Festival è una realtà consolidata, un intreccio di linguaggi che da sempre godono di piena ed egualitaria cittadinanza, sia nelle proposte performative sia negli incontri. Si pensi ai laboratori che hanno visto protagonisti il regista e drammaturgo Nicola Borghesi, l’attrice Daria Deflorian e il coreografo Francesco Marilungo, impegnati, su fronti diversi, a raccontare e mettere in pratica i processi che conducono all’elaborazione di un’intuizione creativa. Questa connaturata vocazione multidisciplinare si riflette nella necessità di costruire comunità, con il feedback affidato ai Visionari, la comunità di spettatori che compartecipa alla realizzazione del festival, ma anche nella volontà di andare oltre i confini locali – nei quali trovano senso le radici del fare artistico – per guardare al mondo. A questo duplice obiettivo hanno risposto gli incontri Coopera, il confronto pubblico della rete europea CoOpera, e Toscana terra accogliente, che ha messo in dialogo realtà produttive impegnate a sostenere e accogliere gli artisti vincitori del bando 2026. L’attenzione ai nuovi linguaggi ha trovato un proprio spazio nei simposi dedicati a Digital on Stage e nelle giornate del convegno Della luce, del corpo e dello spazio, così come nell’approfondimento dedicato alle professionalità indipendenti dello spettacolo con Desperate freelance: fare tutto, essere niente?. A chiudere il festival è stato l’incontro dedicato alla Giovane Danza Italiana, con la presentazione agli operatori del progetto che ha sostenuto giovani artisti e compagnie nella produzione condivisa grazie al bando finanziato con i fondi dell’8 per mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai: un’occasione per riflettere anche sulle modalità di reperimento di risorse umane e finanziarie, al di là dei contributi strutturali. Vale la pena soffermarsi su questo intenso programma perché rende evidente come il pensiero che attraversa gli spettacoli – immaginare una via d’uscita all’asfissia contemporanea – trovi un coerente rispecchiamento anche negli appuntamenti di approfondimento dedicati al teatro e alla danza. Ment Tar Si. Dis-interazione dell’umano, di Chiara Arrigoni, nella mise en espace di Ivonne Capece. Foto Luca Del Pia La prigione del presente e l’irrequieta ribellioneTradendo, forse, l’intima natura multidisciplinare di Kilowatt, si è cercato di osservare se e come il teatro – quello della parola intrecciata al gesto – abbia restituito una fotografia del presente, con le sue derive e i suoi abbrutimenti, neppure troppo futuribili. Un mondo distopico è quello offerto dal testo di Chiara Arrigoni, Seg Ment Tar Si. Dis-interazione dell’umano, nella mise en espace di Ivonne Capece, che già lascia intravedere un possibile allestimento non privo di fascino. Una giovane donna vende parti del proprio corpo, sostituendole con protesi clandestine, per pagarsi gli studi universitari. In un futuro alla Blade Runner, la mercificazione del corpo e la sua ibridazione raccontano un post-umano che è anche una condizione di miseria non troppo apocalittica. A questo inquietante scenario danno un’elegante interpretazione Stefano Carenza, Silvia Di Cesare, Ion Donà e Pasquale Montemurro. Ne nasce una mise en éspace elegante ed efficace, che restituisce bene la drammaturgia e contribuisce a gettare un seme dello spettacolo che sarà. Rigetto di Dino Leopardo. Foto Luca Del Pia Sempre il corpo rifiutato, affamato, bisognoso di cura e
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