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Salari fermi e sgravi ai ricchi: una Svizzera sempre più diseguale
Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. Una novità? No, ma a fare il punto della situazione – in una babele di studi diversi, analisi e dati talvolta dispersivi e senza visione d’insieme – ci ha pensato l’Unione Sindacale Svizzera (USS), che ieri, nel Rapporto sulla distribuzione 2026, ha constatato come la crescita economica svizzera non si sia tradotta, e non si stia traducendo, in un miglioramento delle condizioni di vita di chi vive del proprio lavoro. Sentenza: la responsabilità di queste disparità è da imputare a politiche salariali e fiscali sempre più favorevoli per le fasce benestanti. La produttività aumenta, la redistribuzione si ferma Secondo lo studio, rispetto al 2016, le persone con redditi medio-bassi dispongono oggi di meno denaro a fine mese, mentre il reddito del 10% più ricco – e soprattutto l'1% e lo 0,1% con i redditi più elevati – è cresciuto considerevolmente. Una dinamica che, per l’USS – considerato che la produttività ha sempre continuato a crescere – riflette un cambiamento profondo nella distribuzione della ricchezza. “In passato, tali aumenti venivano trasferiti ai lavoratori sotto forma di aumenti dei salari reali. Dal 2016 non è più così. Spesso, nemmeno l’inflazione viene più interamente compensata. […] Negli ultimi anni, i principali beneficiari degli aumenti di produttività sono stati i datori di lavoro e gli azionisti, grazie a margini più elevati e a dividendi in crescita”. Il rapporto insiste sul fatto che questa rottura rappresenti un'anomalia nella storia economica recente della Svizzera. Tra il 2006 e il 2016, infatti, il salario reale mediano era cresciuto in media dello 0,9% l'anno. Nel decennio successivo, l'incremento si è praticamente azzerato nonostante, come detto, la produttività del lavoro abbia continuato ad aumentare. Disparità salariale e ingiustizia fiscale Ancora più marcata è la differenza tra le diverse fasce salariali: dal 2016, i salari reali dell'1% più ricco sono aumentati del 16,8%, mentre quelli dei lavoratori con i redditi più bassi hanno registrato una lieve diminuzione. Di nuovo: i principali beneficiari della crescita non sono insomma stati i lavoratori, bensì imprese e azionisti. Lo studio evidenzia infatti la forte crescita dei dividendi distribuiti dalle aziende quotate, nonché margini aziendali più elevati rispetto al decennio precedente, sostenendo che gli aumenti di produttività si siano tradotti soprattutto in maggiori profitti anziché in aumenti salariali. Basti sottolineare, a questo proposito, che i dividendi distribuiti dalle aziende che rientrano nello Swiss Performance Index (SPI) – il principale indice borsistico di riferimento per l'intero mercato azionario svizzero – sono inarrestabilmente aumentati, passando dai 20 miliardi del 2010 agli oltre 50 miliardi odierni. L'analisi non si limita, tuttavia, a prendere atto delle disparità di reddito e dell’andamento delle varie fasce salariali: sostiene che anche la politica fiscale stia contribuendo ad ampliare le disuguaglianze. Se da una parte l'aumento dei premi dell'assicurazione malattia pesa in misura crescente sui redditi bassi e medi, dall'altra numerosi Cantoni hanno ripreso – dopo una pausa in seguito alla crisi finanziaria del 2008 – ad approvare riduzioni d'imposta che avvantaggiano soprattutto i redditi più elevati. “Dal 2016 il vento è cambiato: il carico fiscale sui redditi più elevati sta nuovamente diminuendo in modo sensibile, mentre i redditi bassi e medi beneficiano solo di un leggero sgravio fiscale”. Da questa lettura derivano le richieste avanzate dall'Unione Sindacale Svizzera, che chiede di ripristinare la compensazione automatica del rincaro; di aumentare in modo più consistente i salari reali delle fasce medio-basse; di fissare un salario minimo di 4.500 franchi mensili per un impiego a tempo pieno, che dovrebbe salire ad almeno 5.000 franchi per chi conclude un apprendistato. Sul fronte fiscale, USS invita invece i cantoni ad abbandonare la stagione degli sgravi e a destinare maggiori risorse alla riduzione dei premi di cassa malati, sostenendo che solo una diversa redistribuzione che, dai dati emersi dal rapporto, sembra più necessaria che mai.
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