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Il caldo è anche un problema politico
La seconda canicola del 2026 metterà a dura prova le nostre condizioni di vita. Faranno fatica coloro che non dispongono di una casa ben isolata o climatizzata, gli anziani e altre persone fragili. Ma il caldo non è solo un problema sanitario. Riguarda anche chi lavora, persino chi è in ottima salute, come i calciatori ai Mondiali, che hanno diritto a pause durante le partite. In generale, però, la situazione dei lavoratori non sembra preoccupare davvero. Mentre le nostre società si attrezzano (più o meno) per difendersi dal caldo, il mondo del lavoro resta impreparato. Il paradosso è evidente. Le ondate di calore sono sempre più frequenti, più intense e più lunghe: sono la nuova normalità. Eppure, nel dibattito pubblico, il lavoro continua a restare ai margini: si parla di piani sanitari e di consigli per la popolazione. Molto meno di chi, nelle ore più calde, lavora in un cantiere, nei campi o semplicemente in uffici non climatizzati. Come mostra il progetto di ricerca europeo AdaptHeat, il caldo è, a tutti gli effetti, un rischio professionale. Aumenta gli errori, accresce il rischio di infortuni e malattie e riduce la produttività. Non è un semplice disagio: è un fattore strutturale che ridefinisce le condizioni di lavoro. E non colpisce tutti allo stesso modo. Il caldo è un moltiplicatore di disuguaglianze. Colpisce maggiormente chi lavora all’aperto, chi svolge mansioni fisicamente impegnative e chi ha meno potere contrattuale. Migranti e lavoratori precari: proprio coloro che dispongono di meno strumenti per rifiutare condizioni rischiose. In questo senso, la crisi climatica non è solo una questione ambientale, ma anche sociale e politica. Le regole, quando ci sono, sono spesso deboli. Le normative tendono a essere generiche, basate su soglie di temperatura che non tengono conto dell’umidità, dello sforzo fisico o dell’organizzazione del lavoro. Molte misure sono raccomandazioni, non obblighi. E soprattutto, anche dove le regole esistono, non sempre vengono applicate, specie nelle piccole imprese. Qui emerge un secondo paradosso: lo strumento più importante per adattare il lavoro al caldo – la contrattazione collettiva – è quasi assente su questo tema. La gestione del rischio viene così lasciata all’iniziativa delle singole imprese, con effetti molto diseguali. E quando si interviene, lo si fa spesso in modo debole. Si punta su misure individuali: acqua, pause e dispositivi di protezione. Tutte misure utili, certo, ma insufficienti. Molto più rare sono invece quelle che incidono sull’organizzazione del lavoro: riduzione degli orari, riorganizzazione dei turni, sospensione delle attività nelle ore più calde. È qui che si gioca la partita principale. Fermare il lavoro quando le condizioni diventano pericolose dovrebbe essere una misura ovvia; nella pratica, invece, è rarissimo. Perché? Perché costa, sia alle imprese, in termini di produttività, sia ai lavoratori, se non sono previste garanzie salariali. Senza meccanismi che redistribuiscano questo costo, il diritto di fermarsi resta puramente teorico. Alla fine, l’adattamento al caldo viene scaricato sui lavoratori. Si chiede loro di bere di più, proteggersi e resistere. Come se fosse un problema esclusivamente loro. Molto meno si interviene sull’organizzazione del lavoro, che è invece il vero terreno su cui bisognerebbe agire. Le ondate di calore stanno anticipando il futuro del lavoro in un clima che cambia. Ignorarlo significa accettare che la transizione climatica aumenti le disuguaglianze. Portare il tema all’interno delle regole del lavoro è una sfida urgente, ma non accadrà spontaneamente.
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