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Carburanti: il fazzoletto sul pavimento allagato
Meglio di niente, certo. Il governo ha quindi prorogato fino al 25 agosto lo sconto di 17 centesimi al litro sul gasolio: 14 centesimi di accisa e circa 3 di Iva. Altri 19 giorni di sollievo, al costo di 245 milioni di euro. Per chi macina chilometri ogni giorno, automobilista o autotrasportatore, si traduce ovviamente in molto meno e, comunque, non sono proprio spiccioli. Ma di fronte alla tempesta dei prezzi è come tentare di asciugare un pavimento allagato usando un fazzoletto di carta. Le opposizioni, questa volta, hanno pienamente ragione: la misura è troppo piccola, troppo breve e riguarda soltanto il gasolio. Servirebbe qualcosa di più serio: un prezzo amministrato temporaneo. Non il ritorno nostalgico a un numero unico deciso in qualche ufficio ministeriale (quelli comunque erano bei tempi per i consumatori…), ma un prezzo massimo nazionale dinamico, aggiornato ogni settimana sulla base delle quotazioni reali dei prodotti raffinati, del cambio euro-dollaro, dei costi logistici, delle imposte e di un margine massimo riconosciuto alla filiera. Ogni distributore sarebbe così libero di vendere a meno, mai a più. Così gli sconti fiscali arriverebbero davvero alla pompa e non si dissolverebbero nel grande frullatore dei listini. E si dipanerebbe anche il forte sospetto comune che la situazione attuale faccia principalmente l’interesse degli speculatori. Non sarebbe comunismo applicato al pieno. A Malta i carburanti hanno prezzi regolati dallo Stato e sono rimasti stabili anche durante gli ultimi rincari. Belgio e Lussemburgo fissano prezzi massimi ufficiali; la Slovenia limita prezzi e margini attraverso una formula pubblica. Tutti Paesi dell’Unione europea, non repubbliche sovietiche sopravvissute alla storia. Anche l’Italia aveva il prezzo amministrato. Nel 1991 si passò al regime di sorveglianza e dal primo maggio 1994 alla completa liberalizzazione. La motivazione era persino affascinante: secondo il Cipe, la concorrenza avrebbe prodotto prezzi migliori, reso più efficiente la rete e trasferito i vantaggi ai consumatori. La speranza durò meno di un pieno. L’Antitrust avrebbe poi descritto un mercato fortemente oligopolistico, segnato da parallelismo dei prezzi, margini elevati e scambi di informazioni capaci di favorire equilibri non concorrenziali. Non occorre neppure usare la parola “cartello”: per chi pagava alla pompa, il risultato era già sufficientemente compatto. Nella narrazione della liberalizzazione (ricordo benissimo i titolo di molti giornali dell’epoca) si arrivò perfino a immaginare che i grandi volumi avrebbero reso i carburanti autostradali più convenienti, favorendo soprattutto il trasporto merci sulle lunghe distanze. E’ accaduto l’esatto contrario. Il 4 agosto scorso il gasolio self costava mediamente 2,100 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,173 in autostrada; la benzina 1,999 contro 2,084 euro. La strada dove si consuma di più, insomma, oggi è diventata quella dove si paga di più. In questo caos, i piccoli pannicelli caldi sulle accise vengono assorbiti in pochi giorni da oscillazioni enormi tra una pompa e l’altra, tra città e autostrade, tra servito e self. Lo Stato rinuncia a centinaia di milioni, le compagnie riscrivono i listini e l’automobilista e l’autotrasportatore continuano a domandarsi dove sia finito lo sconto. Quando la burrasca geopolitica sarà passata, si potrà tornare al mercato. Ma durante la burrasca servono regole, non fazzoletti. Perché la concorrenza è una cosa seria. E funziona soltanto quando esiste davvero.
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