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Destre italiane più divise che mai, ma questo campo largo non basta
Repetita iuvant? Si direbbe di no, comunque proviamo a ripeterlo: l’alta partecipazione al voto referendario di poche settimane fa mostra l’attenzione dei giovani ai temi importanti, ai valori e la Costituzione da difendere dagli attacchi della destra è un valore fondamentale, la via maestra da percorrere per cambiare la musica. La seconda considerazione, trascurata dai partiti che si rifanno al campo largo, è che i no alla controriforma della Magistratura dei ragazzi e delle ragazze che si mobilitano per la Palestina, per l’ambiente e i diritti non erano voti a una sinistra autocentrata, inerte e strabica rispetto ai processi bellici mondiali e al tempo stesso a quelli locali, al lavoro, al welfare, troppo presa dai conflitti interni per scegliere il capo o la capa delle divisioni democratiche alle elezioni politiche del prossimo anno. L’opposto di chi sfila in piazza al grido No Kings. Una disattenzione ai messaggi giovanili – e dei lavoratori – che ha prodotto la sorpresa dei media, dei sondaggisti e della politica tutta per la tenuta delle destre alle elezioni amministrative. Il messaggio del campo largo non ha convinto, e ancora una volta il vincitore delle elezioni è il partito dell’astensione. Un altro 5% in meno alle urne rispetto a 5 anni fa che ai ballottaggi è diventato meno 8% rispetto al primo turno. La partita che riguardava un capoluogo di regione (Venezia) e 17 capoluoghi di provincia ha sostanzialmente confermato lo status quo ante, con una lievissima avanzata del centrosinistra e qualche passaggio di campo come ad Agrigento dove per la prima volta ha stravinto la sinistra o come a Lecco dove la destra è riuscita a scalzare la sinistra. Ma il dato più significativo è quello di Venezia, dove tutti i commentatori davano per scontata la sconfitta delle destre mentre le urne hanno emesso una sentenza opposta e amara che sancisce la continuità del malgoverno fascio-leghista-berlusconiano. Morte a Venezia. La sconfitta di Reggio Calabria, anch’essa strappata alle forze democratiche era invece prevista e ha fatto meno male. Il risultato finale delle amministrative – 10 città al campo largo o comunque a sindaci progressisti, 6 alle destre e 2 ai centristi – ribadisce che per ricostruire un rapporto tra i cittadini e la politica serve un progetto, alternativo a quello sciagurato ma ancora vincente delle destre. E dire che mai come oggi le destre sono state divise, conflittuali tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia e ognuna al proprio interno. Divise sulla politica estera, sull’Iran e sulla Russia, ma sempre subalterne sia pure con passione diversa all’America di Trump? e allo Stato ebraico di Netanyahu. Divise persino sulla riforma dei medici di famiglia. Forza Italia si contorce tra l’inesistente ministro degli esteri Tajani e la proprietà rappresentata dalla figlia di Silvio Berlusconi che presenta il conto del suo sostegno economico al partito che tratta come azienda di famiglia. La Lega è pressata dal fascista (si potrebbe dire nazi-fascista) Vannacci che, abbandonato Salvini che con miopia l’aveva nominato vice per non avercelo contro, sottrae deputati a tutti i partiti della destra con una politica xenofoba basata sulla “remigrazione” che preferisce chiamare “deportazione dei migranti”. A Vigevano un candidato sostenuto da Vannacci aveva spopolato e ai suoi elettori aveva chiesto di boicottare al ballottaggio il candidato della “destra molle” annullando la scheda ma il suo ordine era stato disatteso o comunque non ha impedito il passaggio di Vigevano alla destra. L’ex comandante della Folgore (motto: “Come Folgore dal cielo... come Nembo di tempesta”) dice la verità quando sostiene che per ora il compito del suo partito è spostare a destra, ancora più a destra la politica del governo Meloni. E Meloni si sposta più a destra per non farsi scavalcare, solo per dirne una cancella l’unico aspetto positivo del fetido decreto 1° Maggio sul lavoro, reintroducendo di fatto i contratti pirata stipulati dai padroni con sindacatini di comodo che non rappresentano nessuno, contratti che la premier aveva giurato di voler cancellare. Nella Lega a mettere nell’angolo Salvini non è solo Vannacci né solo i giudici che scoperchiano il calderone puzzolente del Ponte di Messina, a soffiare sul fuoco ci sono anche gli amministratori guidati da Zaia che si battono per un ritorno alla Lega nordista, quella bossiana di Roma ladrona per intenderci. Il fatto è che Meloni e i suoi rissosi alleati devono decidere se stipulare un patto con il diavolo Vannacci per evitare di perdere o al massimo pareggiare le elezioni politiche. Almeno stando ai sondaggi che vedrebbero in leggero vantaggio un Campo non si sa qua
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