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Quell'informazione che fa paura al potere
Storia dei giornalisti uccisi dalla mafia. Oggi il bavaglio, ieri la morte ed il fango Una delega di quindici righe. Così, nel giorno della memoria del giornalista Giancarlo Siani, la Camera uccide la libertà di stampa sancita e tutelata nell'articolo 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili, ndr). Così, in un colpo solo, quel bavaglio sulle intercettazioni, che non era riuscito al pregiudicato ex premier Silvio Berlusconi, riesce a Matteo Renzi. Il Governo potrà scrivere nuove “prescrizioni” su come pm e giudici dovranno usare le intercettazioni nei provvedimenti. Non sarà più necessaria un'udienza stralcio o filtro, un incontro tra magistrati e avvocati per decidere quali intercettazioni usare e quali no, ma sarà “rispettato il contraddittorio tra le parti”. Ma, soprattutto, le intercettazioni di chi è “occasionalmente coinvolto” nelle indagini non saranno più pubbliche. Poco importa se sul piano etico e morale le stesse possono essere rilevanti nei confronti dell'opinione pubblica. Guardando al recente passato non avremmo mai saputo delle intercettazioni sul Rolex del figlio di Lupi, o sull’ex ministro Cancellieri con Ligresti, su Renzi e il generale Adinolfi. E' la beffa più grande rispetto a tutti quei giornalisti che proprio per il diritto all'informazione hanno sacrificato la propria vita, uccisi dalle mafie, ma molto probabilmente anche con l'avallo di quei potenti di turno che temevano di vedere svelati i propri affari ed interessi. In Italia sono stati uccisi in undici (Giuseppe Alfano, Carlo Casalegno, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Walter Tobagi), nove dei quali direttamente dalla criminalità organizzata. Non si possono poi dimenticare quei colleghi uccisi all'estero in circostanze diverse, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, per citarne alcuni. Giornalisti detective che hanno colmato quei vuoti investigativi lasciati da magistratura e forze dell'ordine. Ognuno di questi “omicidi eccellenti” si contraddistingue per quell'alone di mistero che resta, ad anni di distanza, a causa di mezze verità, documenti scomparsi, depistaggi e, soprattutto, per le “badilate di fango” volte ad annientare anche il ricordo di chi invece, con coraggio, non faceva altro che il proprio lavoro, in nome della verità dei fatti. C'è chi è stato accusato di essere venditore di fumo, chi un ambizioso carrierista, chi di essere un esaltato, un drogato, un complice, un “femminaro”. Ingiurie e calunnie per screditare, oltre che le persone, anche il loro lavoro. Un ulteriore elemento a conferma che il loro essere scomodi non era temuto soltanto dalle mafie ma anche da certi vertici di potere.
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