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Sarà referendum contro l’attacco ai salari minimi

05/06/2026 · Article 🕐 🆕 ⚠️
Se in Parlamento andrà definitivamente in porto (come è probabile) il piano delle forze politiche borghesi e di una parte del padronato teso ad aggirare e a indebolire le leggi cantonali e comunali in materia di salari minimi, l’Unione sindacale svizzera (USS) lancerà il referendum. Lo ha deciso all’unanimità la sua assemblea dei delegati, riunita questa mattina a Berna, dopo che le due Camere (gli Stati lo scorso marzo e il Nazionale questo lunedì) hanno dato il via libera a una riforma legislativa che attribuisce il primato assoluto ai minimi salariali iscritti nei contratti collettivi di lavoro dichiarati di obbligatorietà generale, anche se sono inferiori a quelli previsti dalle leggi adottate (il più delle volte attraverso votazioni popolari) da Cantoni e Comuni. Un “attacco alla democrazia” e una “messa in causa del principio secondo cui ciascuno in Svizzera deve poter vivere del proprio lavoro”, si legge nella risoluzione con cui i delegati hanno dato mandato al comitato USS di “pronunciarsi definitivamente sulla questione del referendum” dopo la votazione finale (dall’esito scontato) da parte del Parlamento, che si terrà a conclusione della sessione estiva in corso, il 19 giugno prossimo.   “Si tratterebbe di una decisione inedita sul piano democratico e istituzionale: per la prima volta degli accordi di diritto privato (quali sono i CCL) avrebbero il primato su delle decisioni popolari”, afferma l’USS sottolineando come ciò rappresenterebbe “una violazione della Costituzione e un attentato al federalismo”. Con la modifica di legge in questione si intaccherebbe infatti la competenza di Cantoni e Comuni in materia di politica sociale: “Pur dovendosi assumere i costi dell’aiuto sociale, in futuro non avrebbero più la possibilità di adottare degli strumenti efficaci per ridurre la povertà di chi lavora” e laddove tali strumenti già esistono “non si potrebbero più applicare in modo efficace”. In pratica passerebbe il principio “Berna ordina e i Cantoni pagano”, si spiega nella risoluzione adottata dai delegati. A questo proposito, non ci si deve lasciare ingannare dal fatto che la modifica di legge in questione (“figlia” di una mozione del consigliere agli Stati del Centro Erich Ettlin) sia stata edulcorata con una norma che consentirebbe ai Cantoni con una legislazione che, al momento di un’eventuale entrata in vigore del nuovo diritto federale, prevede il primato dei salari minimi legali su quelli dei CCL, di continuare ad applicare questo principio. Questa clausola di salvaguardia dei diritti acquisiti (che allo stato varrebbe certamente per Ginevra e Neuchâtel, mentre per il Ticino la questione è controversa) attenua sì in parte il problema perché in un primo tempo gli attuali salari minimi legali resterebbero in vigore, ma in caso di aumenti futuri (nell’ambito di un adattamento al rincaro) i salari minimi inferiori previsti dai CCL dichiarati di forza obbligatoria non seguiranno necessariamente il movimento. “I salari minimi perderebbero così terreno ogni anno”, mette in guardia l’USS.   Ma la Lex Ettlin soprattutto impedirebbe a decine di migliaia di lavoratrici e di lavoratori di beneficiare dei nuovi salari minimi nei cantoni e nelle città che hanno deciso di dotarsi di legge in questo senso o che si apprestano a farlo, perché la citata clausola di protezione si applicherebbe solo laddove i salari minimi sono già in vigore: “Questo attacco andrebbe dunque a colpire direttamente cantoni come Ticino (dove la modifica di legge recentemente approvata dal Gran Consiglio che prevede la soppressione del primato dei CCL sui minimi legali entrerà in vigore in modo progressivo e definitivamente solo nel 2030, ndr), Vaud o Vallese, o città come Zurigo e Winterthur”, si sottolinea nella risoluzione USS. Ma al di là degli aspetti strettamente tecnici e giuridici (in parte anche controversi), è chiaro quali sarebbero le persone a pagare il prezzo più alto: le salariate (che sono la gran parte) e i salariati impiegati nei rami professionali con le retribuzioni più basse, quali l’albergheria e la ristorazione, le pulizie, i saloni di parrucchiere, i panifici o le macellerie, che già oggi fanno una fatica enorme a sbarcare il lunario. Di qui la necessità di combattere “una legge che lascerebbe loro ancora meno mezzi per vivere”, si sottolinea nella risoluzione votata oggi dai delegati sindacali in cui si esprime una “ferma condanna” della decisione parlamentare e si preannuncia la battaglia referendaria che inizierà dopo il 19 giugno.  
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