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La corda tra Ticino e Lombardia si è spezzata: il conto di una politica miope
Se tiri troppo la corda hai il dubbio che si possa spezzare, se lo fai ininterrottamente per oltre due anni, senza un allentamento, un ripensamento, una pur minima concessione ai tuoi interlocutori, ne hai la certezza. Con l’annuncio di lunedì mattina da parte del Ticino, del dimezzamento dei ristorni del 2026 alla sola Lombardia per circa 50 milioni di franchi, la corda tesa dei rapporti consolidati, delle tante decantate buone relazioni, delle cortesie istituzionali si è definitivamente rotta. Il Cantone, che porta in dote oltre 100 milioni di franchi, lo ha fatto puntando il dito sulla Lombardia, unica tra le regioni coinvolte che con incomprensibile pervicacia sostiene una tassa insostenibile (oramai quasi nessuno ha il coraggio di chiamarlo contributo), inapplicabile e, verosimilmente, incostituzionale per la doppia imposizione che introduce (come confermano oramai più pareri legali commissionati da parti diverse). Affinché non vi fossero dubbi interpretativi infine, lo ha fatto confermando in toto gli otto milioni di ristorni al Piemonte, premiando cioè, al contrario, la sua reticenza all’applicazione di norme incerte e foriere di guai futuri. Uno scontro che, se sul piano economico getterà nello sconforto i tecnici alle prese con le previsioni pluriennali dei Comuni di frontiera (c’è da scommetterci che indurrà le amministrazioni locali dei piccoli Comuni a rallentare i piani d’investimento e a mettere in sicurezza la spesa corrente, già a partire dal 2027), sul piano istituzionale deflagra in maniera sorprendente e per certi versi, inedita: mentre il Ticino litiga con la Confederazione (fors’anche in ragione dei trasferimenti intra nazionali), la Lombardia mette in imbarazzo il Governo italiano con l’improbabile richiesta di ulteriore proroga della legge al 2027, com’è noto, in vigore ma non applicata dal 2024 (Ragioneria dello Stato e Corte dei conti, sia pur di recente amputata dai controlli preventivi, staranno facendo gli scongiuri). Lo scontro è quindi, prevalentemente politico e con le elezioni alle porte su entrambi i lati del confine, rischia di avvitarsi su sé stesso. Ci sia consentita una caduta di stile: noi lo avevamo detto. Le organizzazioni sindacale da oltre due anni avevano messo in fila: l’inutilità di un provvedimento che di deterrente ha solo la sua incomprensibilità, l’inapplicabilità per un legislatore che non conosce neppure i destinatari che hanno una posizione contributiva solo oltre confine, l’illegittimità di una norma che viola platealmente il trattato internazionale del 2020 tra Italia e Svizzera. Non era difficile quindi immaginare che ad una violazione patente ne sarebbe potuta seguire un’altra ancora più rischiosa, facendo di fatto saltare il banco. Insomma, le responsabilità politiche di questo fallimento sono chiare e, malgrado il solito ritornello pan-leghista sulla presunta distanza siderale di Roma dai territori del nord e dalla comprensione dei loro problemi, qui si è dimostrato per tabula l’insipienza di una politica che prima che federale si è rivelata semplicemente provinciale. Un goffo tentativo di provare l’ebrezza di un federalismo fiscale in sedicesimi in attesa della devoluzione che tarda ad arrivare, disponendo di qualche centinaio di milioni di IRPEF da distribuire, impossibili a Costituzione vigente, altro che intervento a beneficio del sistema sanitario. In tal senso tuttavia, l’apertura del Ministro Giorgetti alla consigliera federale Karin Keller-Sutter, incontrata nei giorni scorsi per discutere dei dossier fiscali bilaterali aperti, personalmente mi convince perché riporta la discussione al livello nazionale, verosimilmente cioè, all’interpretazione autentica del trattato che, con tanta fatica, abbiamo condiviso nel 2020 e che, arricchito dal memorandum sindacale con il MEF, ha poi dato la stura per l’iter di approvazione, all’unanimità nel 2023, della Legge 83. Ovviamente, coerentemente con la legge medesima, non servono nuovi tavoli di discussioni, ci sono già quelli definiti a partire da quello interministeriale con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, istituito tra squilli di trombe, ma convocato una sola volta. Potremmo ripartire da lì per evitare di impantanarci definitivamente nei tempi della Corte Costituzionale, evitando cioè, la solita coazione a ripetere, atteggiamento molto italiano che, pare, cominci a contagiare anche gli amici svizzeri.
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