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Charles, il giro del mondo e il senso della vita pedalando
Lo incontriamo per caso al Parco Ciani di Lugano, dove lo scorso weekend vendeva caffè freddo, limonate e splendide cartoline: le sue fotografie per finanziare l’incredibile avventura che ha intrapreso. Il viaggio del mondo senza salire su un mezzo di trasporto pubblico. Charles Winmar, 24 anni, passaporto spagnolo anche se si considera un nomade, in quattro anni ha già attraversato una sessantina di paesi in bicicletta. Ma la sua impresa più grande non è sportiva, è umana: il suo è un percorso di crescita personale, di trasformazione interiore. «Sono partito perché ero a pezzi: oggi sono in pace e vedo il mondo da un’altra prospettiva, riuscendo a coglierne la bellezza». La bicicletta carica di borse, un tavolino e, accanto a quel piccolo dignitoso stand, un cartello con una semplice scritta: Biking around the world. Abbiamo sete, compriamo un caffè e incrociamo i suoi occhi che ci parlano e ci trattengono, perché dietro a quel sorriso pacifico si nasconde una storia che va ben oltre i 55 mila chilometri già percorsi. Inizia così, per caso, una bellissima conversazione che si trasformerà in intervista. Dopo la tappa luganese, Charles oggi ha raggiunto Locarno, dove sarà presente durante il Festival del film con il suo stand fotografico. Poi il viaggio continuerà verso l'Africa e, successivamente, verso il Sudamerica. E poi, e poi… Partire. Accettare la fatica. Lasciarsi cambiare. Continuare a muoversi. È questo che rende il suo progetto molto più interessante di una semplice impresa sportiva. Non racconta tanto il mondo quanto il modo in cui il mondo, attraversato lentamente, può trasformare una persona. Ciò che colpisce non è la geografia del suo itinerario, bensì il motivo che lo ha spinto verso questo percorso: «La decisione di partire con la bicicletta è nata dalla ricerca del senso della mia vita, come risposta al vuoto che sentivo in quel momento». Sono parole che arrivano senza enfasi. Quasi sottovoce. Charles è nato a Ibiza, dove la madre ha un negozio di decorazioni e arredamento: «Mia mamma è spagnola, ma è stata molto influenzata dalla cultura inglese (nel Regno Unito ha anche vissuto e studiato), mentre mio padre, che non ho conosciuto, è di nazionalità belga. E io nel momento in cui mi sono messo a pedalare non sono più stato residente di nessun paese, un nomade, legalmente spagnolo per passaporto». L’uomo racconta di un'infanzia trascorsa circondata dagli animali — cani, gatti, un cavallo, un maiale e perfino un elefante, ospitato per un anno — che considera ancora oggi i suoi primi veri amici. «Sono stato anche molto ribelle» sorride. A quattordici anni era già scappato di casa per raggiungere da solo la Francia. Poi arriva il capitolo più doloroso della sua vita. Incontra una ragazza con una situazione familiare tormentata, si innamora e fa di tutto per costruire assieme a lei una vita diversa: hanno 16 anni e si fanno una promessa di matrimonio, ma la giovane soffre troppo e non riuscirà ad arrivare a quel giorno. Quando accade la tragedia, Charles sta studiando Filosofia ed Economia a Oxford: «Mi sono sentito completamente perso. Ho capito che dovevo trovare uno scopo, altrimenti non sarei riuscito ad andare avanti». In quel momento decide di lasciare tutto. Prende la bicicletta, i pochi risparmi che possiede e parte: da allora sono trascorsi quattro anni. Ha pedalato tra i ghiacci del Circolo Polare Artico e il caldo del Sahara, attraversato montagne, deserti e steppe. Ascoltandolo, si capisce che la bicicletta non è il centro della sua storia. No, è un mezzo per guardare dentro alla sua vita. Le sue riflessioni sembrano quelle di qualcuno molto più adulto di un ventiquatrenne. Gli chiedo quale sia il paese che gli è rimasto nel cuore. Non ha dubbi: il Kirghizistan. Non tanto per i paesaggi — montagne, prati, laghi e grandi spazi aperti — quanto per le persone. «Mi hanno invitato a un matrimonio e mi hanno accolto come uno di famiglia. È il luogo dove ho incontrato le persone più gentili della mia vita». Del Kirghizistan gli è rimasta soprattutto un'idea di libertà. «Hai la sensazione che la terra non appartenga davvero a nessuno e che anche tu possa sentirti a casa». È proprio quando il discorso si sposta sulle persone che emerge il lato più profondo del suo viaggio: «Ci insegnano ad avere paura degli altri. Io ho scoperto il contrario. Il mondo è molto più generoso e compassionevole di quanto immaginiamo». Oggi, dice, non divide pi&ug
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