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MUSICA COME SPECCHIO DEL TEMPO. Il "De profundis" e la "Nona" al Massimo. -di Valeria Patera
M. K. ČIURLIONIS: De profundis, cantata per coro e orchestraL. VAN BEETHOVEN: Sinfonia n. 9 in Re minore op. 125 per solisti, coro e orchestraDirettore: Nir KabarettiMaestro del Coro: Salvatore PunturoOrchestra e Coro del Teatro Massimo (con il debutto dei timpani viennesi originali)Testi del libretto di sala: Note a cura di L. Arruga (selezione di A. Fodale)I SOLISTISoprano: Maria MudryakMezzosoprano: Nino SurguladzeTenore: Antonio PoliBasso-baritono: Thomas TatzlTeatro Massimo di Palermo – 9-10 Giugno 2026 Ci sono momenti in cui il teatro e la musica superano la dimensione del puro ascolto per farsi carne, storia e rito collettivo. È quanto accaduto nella Sala Grande del Teatro Massimo in occasione del doppio appuntamento sinfonico-corale diretto dal Maestro Nir Kabaretti. Un programma di straordinaria intensità che ha visto l'Orchestra e il Coro della Fondazione affiancati da un quartetto di solisti di rilievo internazionale, in un percorso spirituale e umano capace di scuotere nel profondo la sensibilità del pubblico.La serata ha segnato anche una pietra miliare storica per la compagine orchestrale palermitana, che ha registrato un primato assoluto in campo nazionale: Il debutto dei timpani viennesi. Il Teatro Massimo è infatti l'unica istituzione in Italia a dotarsi dei timpani viennesi originali. Questi straordinari strumenti hanno fatto il loro debutto ufficiale proprio sotto la bacchetta di Kabaretti, conferendo un colore, una spinta e una profondità percussiva unici, capaci di dare una declinazione potente e apprezzata sia alla cantata De profundis di Čiurlionis sia al capolavoro beethoveniano.Ad aprire la serata è stata la cantata De profundis del poliedrico artista e compositore lituano Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, scritta nel 1899 e basata sul Salmo 129 (130) della Bibbia. Questa prima prova sinfonica dell'autore si è rivelata una scelta di programmazione lungimirante e preziosa. Attraverso le sue sonorità scure, gravi e avvolgenti, la partitura ha tradotto in musica una disperazione ancestrale. Il canto, muovendosi tra ombre e improvvisi squarci di luce, ha dato voce a una sofferenza universale che ha immediatamente catturato la platea, preparando perfettamente il terreno al dramma successivo.Il passaggio dal baratro di Čiurlionis alla monumentalità della Sinfonia n. 9 in Re minore op. 125 di Ludwig van Beethoven ha rappresentato il culmine emotivo della serata. Per accostarsi a questo monumento che non smette mai di lasciarci attoniti e commossi per la sua grandezza universale, è necessario affidarsi alle parole illuminate di Lorenzo Arruga, estratte dalle fitte e dense pagine della guida all'ascolto che Angela Fodale ha avuto la brillantezza di scegliere per il libretto di sala. Arruga ci ricorda come l'inizio della Nona sia, fondamentalmente, il Nulla. È il regno di una "non ancora musica" che doveva esserci prima della musica stessa, l'evocazione del primo, primordiale suono dell'universo. In questo vuoto cosmico si inserisce il paradosso più drammatico e sublime: la totale sordità di Beethoven all'epoca della composizione. Non potendo più udire il mondo esterno, per il genio di Bonn il senso dell'udito era divenuto pura memoria. Ogni singola nota è stata scritta attingendo a quel santuario interiore; il suono in memoria di quell'infinita massa di note gli è bastato per scolpire un'opera immensa, un miracolo nato dal silenzio per parlare all'umanità intera.L'esecuzione ha trovato il suo punto di eccellenza assoluta nel Coro del Teatro Massimo, apparso semplicemente perfetto per l'inappuntabile e magistrale direzione del Maestro Salvatore Punturo, capace di cesellare le dinamiche con precisione millimetrica. Ottimo anche l'apporto del quartetto solista — composto da Maria Mudryak, Nino Surguladze, Antonio Poli e Thomas Tatzl — che ha dato il giusto slancio all'ode Alla Gioia di Schiller. Di contro, la concertazione orchestrale ha mostrato, qua e là, qualche limite: sotto la guida di Kabaretti, l'esecuzione è parsa a tratti risentire di una certa rigidità complessiva, mostrando una parziale mancanza di quelle nuance e di quelle sfumature dinamiche che avrebbero potuto rendere ancora più fluida la narrazione beethoveniana.Nonostante queste marginali rigidità esecutive, il vero miracolo della serata si è compiuto nella risonanza profonda tra il palcoscenico e la platea. In un momento storico attuale così tragico, precario e segnato dai conflitti, il pubblico ha avvertito una consonanza immediata con la sublime religiosità dell'opera. Le note di Čiurlionis e Beethoven hanno saputo disegnare le nostre paure più intime, ma anche le nostre più tenaci speranze, trasformando l'appello finale alla fratellanza in un afflato vitale, urgente e necessario. Un lungo e commosso applauso ha salutato gli interpreti, premiando una serata che ha toccato l'anima della città. Valeria Patera
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