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Dentro l'inferno del carcere di Sollicciano

12/08/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 ⚠️
Sono nata a Scandicci, abbastanza vicina a Sollicciano da imparare presto che il carcere è una geografia prima ancora che un’istituzione. Lo si vede dalla strada, una massa di cemento ai margini della città, presente e insieme separata da tutto ciò che la circonda. Per anni l’ho guardato senza sapere davvero che cosa accadesse dentro.  Oggi sappiamo che il degrado di quelle mura non riguarda soltanto la manutenzione di un edificio. Interferisce con il sonno, con la salute mentale, con le terapie e con la possibilità stessa di essere curati. E mostra un cortocircuito istituzionale: la sanità dipende dalla Regione, mentre gli spazi, gli accessi e i trasferimenti restano sotto il controllo dell’amministrazione penitenziaria.  Il 2 luglio, poco più di due settimane dopo il sequestro di sette sezioni, l’assessora toscana alla sanità e alle politiche sociali Monia Monni entra a Sollicciano insieme al direttore generale dell’Asl Toscana Centro, Valerio Mari. La visita serve a verificare le condizioni sanitarie dopo i trasferimenti e la riorganizzazione interna imposta dal provvedimento giudiziario.  Al termine del sopralluogo, però, Monni denuncia di non aver potuto accedere ai locali nei quali è stata trasferita l’Articolazione per la tutela della salute mentale, l’area dedicata alla cura delle persone detenute con maggiore fragilità psichica.  Potrebbe sembrare una frizione istituzionale, uno dei tanti conflitti di competenze che accompagnano la gestione delle carceri. In realtà l’episodio contiene la contraddizione centrale di Sollicciano.  Dal 2008 la sanità penitenziaria fa parte del Servizio sanitario nazionale. Le aziende sanitarie devono garantire assistenza, prevenzione, cure e salute mentale anche dentro gli istituti di pena. L’amministrazione penitenziaria, però, continua a controllare gli edifici, gli accessi, l’organizzazione quotidiana e i trasferimenti. Chi deve curare non decide quindi sempre dove le persone saranno ospitate, quando verranno spostate e quali spazi potrà utilizzare.  A Sollicciano questo confine amministrativo è diventato una porta chiusa. Proprio mentre la Regione cercava di verificare le condizioni delle persone più vulnerabili, non ha potuto vedere i locali in cui erano state sistemate.  Il degrado edilizio si è trasformato così in un problema di governo della salute.  Il degrado era già scritto  Il mancato accesso del 2 luglio è soltanto l’ultimo episodio di una crisi documentata da anni. Prima del sequestro si erano accumulate ordinanze, sopralluoghi, relazioni, tavoli istituzionali e promesse di intervento.  Nel 2023 l’Ufficio di sorveglianza di Firenze ha riconosciuto che una persona detenuta a Sollicciano aveva trascorso 3.129 giorni in condizioni incompatibili con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani o degradanti.  Il provvedimento descriveva infiltrazioni d’acqua, muffa, celle inagibili, docce degradate, cimici segnalate dalle persone detenute e finestre che non potevano essere aperte per la presenza di nidi di vespe. Non si trattava soltanto di sovraffollamento. L’ordinanza stabiliva che una detenzione può diventare inumana anche quando lo spazio formalmente disponibile supera le soglie minime, se le condizioni ambientali e igienico-sanitarie restano incompatibili con la dignità della persona.  Nel luglio 2025 la Commissione politiche sociali e della salute del Comune di Firenze, dopo quasi un anno di sopralluoghi, audizioni e incontri, presentava una relazione finale sulle criticità strutturali, sanitarie e trattamentali dell’istituto. Il documento era composto da ottanta pagine e corredato da fotografie, testimonianze e materiali raccolti dentro e fuori il carcere.  Nel gennaio 2026 veniva avviato un tavolo istituzionale permanente su Sollicciano, con l’obiettivo di mettere in relazione Comune, servizi sanitari, direzione e realtà territoriali. Tra le priorità indicate c’erano proprio la salute mentale e la continuità della presa in carico nella fase di uscita dal carcere.  Il 4 marzo, tre mesi prima del sequestro, una delegazione della Commissione comunale visitava ancora l’istituto. Nel comunicato successivo venivano segnalate muffa, umidità e infiltrazioni persistenti. Gli interventi tampone, si leggeva, non potevano sostituire una strategia strutturale dotata di tempi certi.  Durante quella visita la
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